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La condanna Cedu: quel ragazzo con gravi problemi psichici non può stare in cella

Cedu
Nonostante due decisioni dei tribunali, si trova ancora recluso a Rebibbia. Si tratta di uno dei tanti casi di persone trattenute illegalmente in carcere. Ecco perché la Cedu ha condannato l'Italia
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La Corte europea condanna l’Italia perché ha trattenuto in carcere un ragazzo con gravi problemi psichici nonostante i tribunali e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avessero ordinato il trasferimento in un centro dove potesse essere curato. Il nostro Paese ha violato l’art. 3 della Convenzione Europea, ovvero per trattamenti inumani e degradanti. Ma l’Italia è condannata anche per la violazione dell’articolo 5 comma 1, riguardante il periodo di detenzione illegittima; la violazione dell’articolo 5 comma 5, relativamente al mancato riconoscimento del diritto al risarcimento); dell’articolo 6 comma 1 (diritto a un processo equo) e l’articolo 34 (diritto di ricorso individuale). Parliamo di uno dei tanti casi di persone trattenute illegalmente in carcere, nonostante i giudici avessero disposto trasferimento verso luoghi di cura idonei. Al centro di questa vicenda c’è Giacomo Seydou Sy, nato nel 1994, residente a Mazzano Romano, che soffre di turbe della personalità e bipolarismo.

Il ragazzo, figlio di Loretta Rossi Stuart, sorella dell’attore Kim che si è battuta molto contro questo abuso, è stato accusato in vari momenti di molestie alla sua ex compagna, resistenza a pubblico ufficiale e furto. I giudici hanno ritenuto che il suo stato di salute non è compatibile con la detenzione in una prigione ordinaria. Ma nonostante questo, e due decisioni dei tribunali nazionali, Giacomo si trova ancora recluso nel carcere romano di Rebibbia da due anni. Per giustificare il mancato rispetto delle decisioni dei giudici, le autorità hanno fatto sapere di non essere in grado di trovare un’alternativa alla sua detenzione in carcere.

L’Italia dovrà versargli 36.400 euro per danni morali «la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale. E a giorni si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale (ordinanza 131/ 2021)», ricorda Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, il cui lavoro, insieme a quello della società civile in generale, è stato molto intenso sul tema e viene esplicitamente citato dalla Corte nella sua decisione. «È un provvedimento importante, che non contiene solo la risoluzione di un singolo caso, ma dà indicazioni su un percorso che governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali», sottolinea ancora Gonnella.

«La Cedu afferma due principi importanti: il primo, le carceri non sono luoghi di cura per la presa in carico di patologie psichiatriche gravi, vanno dunque immaginati nuovi modelli per la salute mentale, in stretto contatto con i servizi territoriali. È quello che vediamo tutti i giorni durante le visite dell’Osservatorio sulle condizioni detentive ed è ciò che la Cedu ribadisce. Il secondo principio è che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) sono uno dei luoghi dove il paziente psichiatrico autore di reato può essere destinato, ma non sono l’unico», afferma ancora il presidente di Antigone.

Secondo Gonnella, esistono altre soluzioni, di tipo comunitario o residenziale, che vanno prese in considerazione, perché è ciò che ribadisce la legge. Per questo, secondo il presidente dell’associazione, è necessario che giudici e servizi di salute mentale si confrontino da subito e trovino soluzioni condivise. «Antigone è pronta a fare la propria parte, mettendo a disposizione le proprie osservazioni e le proprie competenze. È importante che si legga attentamente la sentenza (e le altre che arriveranno), evitando le semplificazioni ossia limitarsi a dire che servono più Rems. Sarebbe un errore interpretativo grave che non salverebbe il Paese da ulteriori condanne», conclude Patrizio Gonnella.

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