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La giustizia non è mai vendetta: a lezione da Desmond Tutu

L’arcivescovo sudafricano, paladino della lotta contro il regime dell’Apartheid, premio Nobel per la pace, presiedeva allora la Commissione verità e riconciliazione per volere del suo amico Nelson Mandela
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«In cambio della verità avrete il perdono», disse nel 1995 Desmond Tutu ai vecchi gerarchi e alti funzionari segregazionisti. L’arcivescovo sudafricano, paladino della lotta contro il regime dell’Apartheid, premio Nobel per la pace, presiedeva allora la Commissione verità e riconciliazione per volere del suo amico Nelson Mandela che l’anno precedente era diventato capo dello Stato. Una scelta precisa, in opposizione al volere di molti dirigenti dell’Anc che volevano soltanto bere il calice della vendetta.

Se la verità sui crimini commessi nei confronti della maggioranza nera era una necessità storica e civile per il Paese, l’altro pilastro del nuovo Sudafrica doveva essere la riconciliazione. Bisognava cioè interrompere il circolo vizioso delle rappresaglie e delle faide, ritrovare un baricentro morale che impedisse nuovi conflitti in una nazione lacerata da decenni di violenze e soprusi. La Commissione in cinque anni di lavoro ha ascoltato più di trentamila testimoni tra cui molti responsabili di crimini politici e razziali commessi tra il marzo 1960 e maggio 1994: le confessioni e le ammissioni di colpa furono migliaia in quello che un giornale sudafricano definì «il grande confessionale del principe della compassione». Il principe era lui, Demsond Tutu, prete anglicano di famiglia metodista dai ferrei principi e dal carisma incommensurabile.

Al contrario di Norimberga, dove i dignitari del Terzo Reich vennero o impiccati o condannati a lunghissime pene in continuità con il clima lugubre della Seconda guerra mondiale, la Commissione di Tutu è stata l’esatto contrario: un atto di contrizione collettiva. E a differenza dei vari Goebbels, Hesse e Ribentro che non rinunciarono mai al fanatico vincolo con il nazionalsocialismo, nemmeno davanti alla forca o all’ergastolo, il pentimento pubblico dei notabili afrikaaner, (uomini politici, comandanti militari e di polizia), in particolare dell’ex ministro della Difesa Magnus Malan e del famigerato Wouter Basson (il “dottor Mengele” dell’Apartheid) al di là di quanto sia stato sincero o interessato, ha permesso di costruire una memoria condivisa. Ma anche di stabilire inequivocabilmente chi stava dalla parte giusta e chi da quella sbagliata della Storia. Rovesciando la logica vessatoria del “tribunale dei vincitori” Tutu è riuscito a disattivare i sentimenti di vendetta di milioni di sudafricani neri, spiegando loro che la giustizia non è una rappresaglia delle vittime.

Ci furono peraltro diverse assoluzioni, alcune per mancanza di prove, altre per mera obbedienza ai principi gerarchici, altre ancora per non aver commesso il reato, come è fisiologico che sia nei processi di massa. Anche alcuniesponenti dei movimenti di liberazione e anti-Apartheid hanno ammesso i loro crimini, gli atti di terrorismo che hanno coinvolto civili innocenti come l’autobomba di Pretoria del 1983 (20 morti e 200 feriti) o il massacro alla chiesa di S.James nel 1993 (11 morti e 60 feriti).

I lavori della Commissione terminano nel rapporto finale del 29 ottobre 1998. Qualche anno dopo Tutu scriverà che quella grande opera di verità e riconciliazione pur essendo stata «imperfetta, insufficiente, non esaustiva», ha offerto al Sudafrica un futuro non condizionato dalle faide politiche e razziali, dimostrando che il principio cristiano del perdono può e deve conciliarsi con lo Stato di diritto di ispirazione liberale: «Nessuno deve dire che il perdono è impossibile anche di fronte alle peggiori atrocità. Durante le testimonianze davanti alla Commissione ho assistito a scene stupefacenti, che hanno del miracoloso, ho visto vittime che avevano sofferto in modo terribile che perdonavano pubblicamente i loro vecchi carnefici. Per questo non bisogna mai scommettere sull’odio, noi non siamo fatti per odiare, ma per perdonare».

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