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Il green pass non va “in porto”. Proteste da Trieste a Genova

Il green pass non va "in porto". Proteste da Trieste a Genova
Caso "green pass": a rischio la tenuta delle aree nevralgiche del Paese dove potrebbe mancare un lavoratore su quattro. Scontro anche sui tamponi gratuiti.
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Il 20 per cento sarebbe una percentuale di tutto rispetto e tanta è la quota di lavoratori che, non essendo vaccinati, non potranno entrare nei posti di lavoro a partire da domani. Ma le crude percentuali non rendono conto della realtà. Nelle grandi aziende la realtà rispetta quel dato freddo. Nelle piccole e medie no, perché qui il peso di ogni lavoratore assente risulta moltiplicato. Nei trasporti poi è un disastro. Un po’ perché qui il numero di non vaccinati è più alto, un po’ perché soprattutto per il trasporto su ruote incide la percentuale di camionisti stranieri, che rispondono a regole diverse da quelle drastiche italiane, un po’ perché nei porti le assenze pesano di più, le vere e principali aree nevralgiche sono queste.

Il rischio che il Green Pass, pensato soprattutto per circoscrivere il rischio di nuove chiusure, finisca per capovolgersi in un freno per la ripresa è concreto. Il blocco dei porti, minacciato a Trieste e Genova ma a rischio di estensione equivarrebbe alla paralisi. L’eventuale aggiungersi dei camionisti siglerebbe il disastro completo. governo lo sa. Le aziende anche. Mentre Orlando esclude i tamponi gratuiti con motivazioni quanto meno deboli («sarebbe come dar ragione ai No Vax»), il Viminale “consiglia” di fornire tamponi gratuiti ai portuali e parecchie aziende, nonostante il pollice verso ufficiale di Confindustria, hanno deciso di pagare di tasca loro i tamponi. È una spesa ma sempre molto meno pesante di un blocco della produzione in piena ripresa.

La formula però ha il suo versante debole, anzi debolissimo. Una volta accettati i tamponi gratuiti per alcune categorie è evidente che quelle escluse la prenderanno malissimo. La pace sui fronti nevralgici potrebbe comportare guerra su tutti gli altri. Sempre che a una pace si arrivi, perché i portuali insistono per l’abolizione secca del certificato verde. Il governo non affronta la difficoltà nelle condizioni migliori. La ministra Luciana Lamorgese esce nella migliore delle ipotesi molto indebolita dai fatti di sabato scorso. Alla Camera ha ammesso non solo di essersi accorta della presenza illecita di Castellino, ma anche di aver capito l’intenzione di muovere verso la sede della Cgil.

La spiegazione per il mancato intervento nel primo caso è convincente: arrestare un oratore sul palco di un comizio in mezzo a 10mila persone furibonde non sarebbe stata una buona idea e giustamente le forze dell’ordine hanno evitato una mossa che avrebbe moltiplicato la tensione. Ma il non aver disposto l’immediato presidio in forze della Cgil è invece un errore quasi imperdonabile e che fornisce un argomento prezioso a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che non mancano di usarlo. La stessa decisione dell’ala sinistra della maggioranza di drammatizzare al massimo la vicenda risulta in questo caso un boomerang. Se l’assalto alla Cgil è stato Capitol Hill, la responsabilità di chi per imprudenza o superficialità ha permesso lo scempio istituzionale è immensa.

La stessa contrapposizione estrema decisa dalla sinistra della maggioranza, in funzione essenzialmente elettorale per i ballottaggi, peggiora di parecchio il quadro. Una cosa, infatti, è convivere nella stessa maggioranza con profondissime differenze, un’altra accusare un partito della maggioranza di essere in combutta con le peggiori aree fasciste. O addirittura definire il solo partito d’opposizione, che peraltro è tra i primi e forse il primo nel Paese, al di fuori della democrazia repubblicana, come ha fatto il vicesegretario del Pd alludendo a FdI.

Con le Amministrative e i ballottaggi di mezzo la deriva era forse inevitabile. Ma da quando, tra pochissimi giorni, quella partita sarà chiusa Draghi dovrà tentare di ricucire le divisioni che, alla lunga, rischiano di rivelarsi esiziali proprio per quel rilancio strutturale dell’economia che è la stella polare di Draghi. Starà al governo adoperarsi perché la dialettica politica rientri in binari anche molto aspri ma civili e starà ancora, a maggior ragione, al governo ricucire la ferita che si è prodotta facendo dei dubbiosi o dei critici del Green Pass dei nemici della collettività da mettere all’indice. Una pacificazione a tutto campo, stavolta, è davvero necessaria e urgente.

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