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Sudan, vincono le donne: stop mutilazioni genitali

Una svolta storica, che rappresenta per milioni di bambine e di donne in Sudan la fine di un incubo: la mutilazione genitale femminile sarà un crimine, punibile con tre anni di carcere.
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Una svolta storica, che rappresenta per milioni di bambine e di donne in Sudan la fine di un incubo: la mutilazione genitale femminile sarà un crimine, punibile con tre anni di carcere.

Il consiglio dei ministri del governo sudanese, presieduto dall’economista Abdalla Hamdok, ha approvato il testo di legge proposto dal ministro della Giustizia che fermerà la pratica dell’infibulazione nel Paese, sancendone l’illegalità.

Una decisione coraggiosa, che segna la discontinuità dell’attuale esecutivo rispetto al regime di Omar Hassan al Bashir. Finché era controllato dal dittatore deposto nell’aprile dello scorso anno, il Parlamento si era rifiutato di dare seguito alle proposte di legge presentate dalle poche parlamentari presenti nell’assemblea sudanese che chiedevano di dichiarare reato le mutilazioni genitali.

Oggi tutto è cambiato. La nuova legge punisce tanto la pratica clandestina quanto gli ‘ interventi’ effettuati in strutture mediche. Si attende solo la ratifica congiunta da parte del Consiglio dei ministri e del Consiglio sovrano.

«Stiamo cambiando il Sudan, questo articolo del codice penale contribuirà a sconfiggere una delle pratiche sociali più pericolose per la popolazione femminile, l’infibulazione costituisce una chiara violazione dei diritti delle donne». Non ha dubbi la ministra degli Esteri Asmaa Mohamed Abdalla, la prima donna a ricoprire un incarico così importante nel paese africano.

Era stato proprio il suo ministero, attraverso una nota diffusa il 1° maggio ad annunciare la decisione dell’esecutivo di mettere al bando la pratica secolare a cui veniva sottoposto l’ 87% delle bambine sudanesi.

«Un passo avanti per porre fine a un’usanza radicata socialmente con disposizioni che garantiranno protezione e rispetto per le donne, miglioreranno i loro diritti a livello generale e in particolare i loro diritti sociali e sanitari» il convincimento della voce diplomatica del Sudan. La nuova legge, approvata all’unanimità nell’ultimo consiglio dei ministri, punisce tanto la pratica clandestina quanto gli ‘ interventi’ effettuati in strutture mediche.

«La legge che criminalizza le mutilazioni genitali femminili è una grande vittoria per le donne sudanesi. Fino ad oggi non c’era scampo per le bambine che già dai sette anni, nove su dieci, venivano sottoposte all’infibulazione» afferma Zeinab Badr El- Din, attivista e leader del movimento femminile delle rivolte che in Sudan hanno portato lo scorso anno alla caduta del regime di Omar Hassan al – Bashir.

“Queste nuove norme confermano che abbiamo fatto passi avanti in Sudan – sottolinea Badr El- Din, tra le voci più autorevoli in tema di diritti nel paese – ma la legge da sola non basta, sono necessarie campagne di sensibilizzazione affinché il messaggio arrivi in modo chiaro alla comunità. Le mutilazioni genitali non sono solo una violazione dei diritti, ma una pratica dannosa che determina gravi conseguenze per la salute fisica e mentale delle bambine che la subiscono”.

Finora tante madri e giovani sudanesi sono state costrette a sottomettersi a norme sociali e tradizionali che imponevano questa meschina usanza.

Con la nuova legge, le donne acquisiranno coraggio perché finalmente si punirà chi continuerà a praticarla non solo con il carcere ma anche con multe esose e il sequestro delle strutture dove gli interventi venissero effettuati.

Per decenni il governo islamista di Bashir si è rifiutato di rendere illegale l’infibulazione. Oggi, con tante figure femminili ai vertici governativi e istituzionali del Sudan, la svolta storica è compiuta.

Per valutare l’impatto e l’efficacia della legge bisognerà attendere le reazioni della società civile ma una discussione sul tema è aperta da anni.

Una parte del Paese era da tempo pronta a dichiarare illegale l’infibulazione ma una larga fetta della popolazione ha continuato a tramandare l’arcaico rito di passaggio che ha imposto sofferenze a milioni di bambine.

«Quando mia figlia compì 10 anni, in famiglia alcuni parenti misero alla gogna mia moglie e il sottoscritto che aveva accolto la sua richiesta di non sottoporre la nostra bambina alla pratica dell’infibulazione» racconta Omer Abdullah, attivista e giornalista che si è sottratto con la cultura e la conoscenza alla sudditanza psicologica del suo paese di origine.

«Sono stato umiliato, definito “uomo senza valore” per aver scelto di non sottoporre alla mutilazione genitale mia figlia. Oggi è per me non solo un giorno di rivalsa, è un giorno felice perché racconto la gioia di un paese, o almeno di quella parte che non si è piegata a usanze arcaiche e disumane».

Un plauso al coraggio del governo del Sudan, è stato rivolto sia dalle Nazioni Unite che dall’Unione Europea.

Le norme annunciate dal governo sono un primo passo, spetterà a tutte le donne, all’intera comunità, far sì che la pratica dell’infibulazione sia solo un brutto ricordo.

Lo sa bene Amane Ibrahim, attivista per la parità di genere, che a otto anni ha subito lei stessa l’orrore dell’intima mutilazione.

Oggi quarantenne e madre di quattro figli, di cui tre femmine, ricorda tutto di quei momenti: le canzoni e il richiamo tipico sudanese delle donne del suo quartiere a Khartoum, l’abito bianco che indossava, la piccola stanza dove una conoscente e il volto dell’anziana, molto autorevole nella comunità, che effettuava l’intervento. «Avevo paura, imploravo mia madre di portarmi via. Mi avvinghiai a lei ma mi spinse giù e mi costrinse ad aprire le gambe. Poi ricordo solo un dolore atroce. Gridai con quanto fiato avevo in gola e svenni» racconta Amane che diventata mamma ha assunto con sé stessa un impegno: le sue figlie non avrebbero subito la stessa sorte.

Quella promessa, oggi, è una realtà per tutte le Amane del Sudan.

 

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