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La difesa di Mori: “Acquisire l’intervista in cui Di Pietro svela i retroscena di via d’Amelio”

L'ex pm di Mani pulite aveva spiegato che il movente dell'omicidio Borsellino sarebbe da ricondurre al suo interessamento al dossier mafia e appalti redatto dagli ex-Ros
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La difesa degli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno ha richiesto alla corte d’appello di Palermo, dove si sta celebrando il processo sulla presunta trattativa Stato Mafia, l’acquisizione di alcuni documenti. Il primo riguarda la sentenza d’assoluzione di Calogero Mannino dove i giudici hanno demolito il teorema della trattativa. Mannino non solo non ha commesso il fatto, ma è il fatto stesso a non esserci stato. Altra acquisizione richiesta è l’intervista che l’ex giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro ha rilasciato recentemente all’Espresso.

Un’intervista che integra la deposizione già resa dal medesimo davanti alla corte. Di Pietro, nell’intervista, ha parlato della nascita della sua inchiesta, che si interromperebbe quando arriva alla connessione mafia – appalti; e racconta delle carte e di documenti di cui è in possesso, e che vorrebbe divulgare: “Sembra di vedere la storia del mondo capovolto, ma ci sarà un momento per rivalutare questa storia. Ci sarà. Mani pulite non l’ho scoperta io: nasce dall’esito dell’inchiesta del maxi-processo di Palermo, quando Giovanni Falcone riceve, riservatamente, da Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l’accordo tra il gruppo Ferruzzi e la mafia. E Falcone dà l’incarico al Ros di fare quel che poi è divenuto il rapporto di 980 pagine: che doveva andare a Falcone, ma lui viene trasferito”.

Un dossier al quale si sarebbe interessato Palo Borsellino. Secondo Di Pietro, quest’ultimo fu ucciso proprio per questo: “Non per il maxiprocesso insieme a Falcone, ma perché insieme a Falcone doveva far nascere Mafia pulita”. Secondo Di Pietro “Mani pulite” fu la conseguenza di “Mafia pulita”. Di Pietro ha anche ribadito nell’intervista che “sarebbe potuto finire in manette, proprio mentre stava per arrivare alla cupola mafiosa, “grazie alle dichiarazioni che mi aveva fatto il pentito Li Pera su un certo Filippo Salamone, imprenditore agrigentino intermediario tra il sistema mafioso e il sistema imprese-appalti, il nord che veniva gestito soprattutto da Gardini e dalla Calcestruzzi spa di Panzavolta”.

Oltre a questo l’avvocato Basilio Milio, che rappresenta la difesa di Mori, ha chiesto l’acquisizione anche di una sit del magistrato Davigo riguardante una sua dichiarazione su Francesco Di Maggio, l’allora vice capo del Dap e che secondo la tesi sulla trattativa lui sarebbe stato il braccio operativo dei ros per ammorbidire il 41 bis. Tesi, ricordiamo, decostruita da diverse sentenze, non ultima quella di Mannino. Il procuratore generale si è opposto all’acquisizione dei documenti, mentre il giudice Angelo Pellino deciderà alla prossima udienza che si terrà il 2 Marzo. Nel frattempo, invece, la difesa di Massimo Ciancimino ha chiesto la prescrizione subentrata “già prima della sentenza di primo grado”.

Gli avvocati esplicitato la loro richiesta al giudice sottolineando che la prescrizione sarebbe già subentrata “prima della sentenza di primo grado”. Sì, perché secondo i legali, i giudici del primo processo avrebbero utilizzato impropriamente i giorni di astensione per lo sciopero degli avvocati. “Non avremmo mai immaginato di dover computare nei termini di sospensione della prescrizione anche tutte le astensioni proclamate dalle Camere Penali a prescindere dalle nostre dichiarazioni di astensione, visto che l’udienza in cui avremmo dovuto manifestare la nostra volontà di aderire o meno, non veniva proprio calendarizzata né tantomeno celebrata”, denuncia l’avvocata Claudia La Barbera.

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