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Le trame dei burocrati che spingono Cantone a chiudere con l’Anac

Il presidente dell'Anticorruzione pronto a lasciare
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Il sogno dell’Anticorruzione, intesa come authority, è già evaporato. Raffaele Cantone diffonde una “non- smentita” sulla propria intenzione di lasciare l’Anac. «Non ho alcuna intenzione di dimettermi», dichiara nella mattinata di ieri, ma conferma di aver «presentato domanda al Csm per incarichi direttivi presso le Procure di Perugia, Torre Annunziata e Frosinone la settimana scorsa». Se fosse nominato capo di uno di quegli uffici, non declinerebbe l’incarico. Anche se, nota, «l’esito della deliberazione del Csm non è affatto scontato».

A questo punto saranno altri a decidere se e quando Cantone andrà via dall’Anac. Ma una cosa è chiara: l’autorità nata nel 2014 ha perso il proprio potenziale seduttivo. Due aspetti concorrono a raffreddare anche chi, come Cantone, ne era entusiasta. Primo: la recente e ormai famigerata norma che ha innalzato a 150mila euro il valore per il quale un ente può evitare la gara e procedere all’assegnazione diretta di un appalto, un argine di fatto ai poteri di controllo dell’Anticorruzione. Secondo: il rischio che a breve si rimetta mano al Codice degli appalti e si ridimensioni strutturalmente il raggio d’azione dell’authority. Ipotesi appena accennata dal premier Conte ma che potrebbe tradursi nell’acquisizione di norme suggerite, anche con una consultazione on line dei mesi scorsi, da chi come i costruttori ha sempre osteggiato l’Anac.

Cantone avrebbe concluso il suo mandato nel 2020. Potrebbe andarsene con un po’ di anticipo: sulla Procura di Perugia si decide verso Pasqua. Se il presidente tornerà a fare il pm, sarà anche perché l’authority rischia di perdere il proprio potenziale innovativo. Nella nota con cui chiarisce i fatti, Cantone si dice rammaricato di non aver potuto avvisare il governo prima che la notizia delle sue domande al Csm diventasse pubblica: «Era mia intenzione informare quanto prima gli esponenti dell’esecutivo con cui più intensa è stata la collaborazione». Se non li aveva ancora chiamati era perché conosce «i tempi del Csm», che non sono istantanei. Cantone chiarisce di aver chiesto incontri a Conte, Salvini e Bonafede, «ai quali esporrò le mie motivazioni». Difficile non cogliere una certa disillusione.

Dietro c’è soprattutto l’ostilità mai venuta meno, nei confronti di Cantone, tra le burocrazie ministeriali, soprattutto alle Infrastrutture. A rivelare il disincanto del pm è una sua frase affidata lo scorso 22 agosto a un’intervista sulla Stampa: «Una parte della burocrazia» è «in buona fede perché impreparata, una parte impaurita dalla responsabilità, una parte in malafede». In ogni caso, una componente trasversale degli apparati che controllano il Mit è apertamente contro di lui da prima che arrivasse Toninelli. Al punto che lo stesso dicastero l’estate scorsa aprì una consultazione on line per raccogliere suggerimenti di modifica del Codice degli appalti. Tra gli auspici formulati per iscritto da costruttori, tecnici delle amministrazioni locali e altri, il ritorno al vecchio regolamento sui contratti. Una via per semplificare? No, per sottrarre responsabilità agli amministratori. Il nuovo Codice concede all’Anac la facoltà di emanare linee guida flessibili: in 5 anni ne sono arrivate sì e no una dozzina. Il vecchio codice, già dotato di 257 articoli, si perdeva nel labirinto di un regolamento attuativo di altri 359 commi. Altro che semplificazione. È la giungla paralizzante in cui si vuol tornare per sottrarsi alla vigilanza dialettica dell’Anac. La strada suggerita prima dall’Ance e ora dai tecnici del Mit? Una nuova legge delega per modificare il codice attuale. Le funzioni dell’Anac diverrebbero poco più che consultive.

Certo, nelle scorse settimane si era ipotizzato un decreto, poi un intervento agganciato al dl Semplificazioni. Ora per riproporre una delega che lasci ampio margine al governo servirebbe ben più di un anno. Ma va detto che tra i 5 Stelle le perplessità sui poteri dell’Anac sono numerose. È un segnale la dichiarazione diffusa ieri dal sottosegretario alla Funzione pubblica Mattia Fantinati, tra i pochi del Movimento a commentare il possibile addio di Cantone: «Lo stimo e rispetto», dice, ma «dobbiamo prevenire la corruzione e non possiamo creare zavorra per imprese: servono severi controlli come lo spazzacorrotti senza lacci all’economia». Messaggio chiaro, che non ha bisogno di interpretazioni. E che non può essere certo bilanciato dalle parole di apprezzamento che ieri sono arrivate dal Pd, in particolare da chi, come Matteo Renzi, aveva fortemente voluto Cantone: «Oggi l’ Anac è una realtà che fa da modello anche a livello internazionale». Vero. Ma guidarla è diventato assai meno desiderabile, visto che è proprio l’Italia a non crederci più.

 

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