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«Mia figlia ogni giorno mi chiede: quando torna a casa papa?»

Parla Barbara Magnani, moglie del chirurgo Brega Massone, dopo la sentenza di Cassazione
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«È come quando si ha un sipario nero calato davanti agli occhi, che non fa passare neanche un filo di luce, e all’improvviso si apre uno squarcio. Spero aiuti a fare chiarezza». Barbara Magnani sembra aver ripreso a respirare dopo nove anni di apnea. Mentre racconta la storia di suo marito, Pier Paolo Brega Massone, per tutti il “dottor Morte” della clinica degli orrori a Milano, è come se l’orologio riavviasse la sua corsa, dopo essersi fermato alle 6 del mattino del 9 giugno 2008, quando un gruppo di poliziotti entrò a casa sua stravolgendo la loro vita.

Ora che la Cassazione ha messo in dubbio le accuse mosse nei confronti del chirurgo toracico, sperare non sembra più così assurdo. «Avevamo una paura folle, dopo sei gradi di giudizio, dei quali cinque deleteri, uno peggio dell’altro», spiega la donna. Venerdì i giudici hanno messo tutto in dubbio: quelli del Santa Rita non erano omicidi volontari, hanno detto i giudici, che hanno annullato con rinvio la condanna all’ergastolo pronunciata dalla Corte d’Appello di Milano il 21 dicembre 2015. Non si può parlare di dolo per i quattro pazienti morti, secondo i pm, per «interventi inutili», così che toccherà ad una nuova sezione della Corte d’Appello riqualificare l’accusa. L’ex primario intanto sta scontando un’altra condanna definitiva a 15 anni e mezzo per truffa e lesioni nei confronti di un’altra ottantina di pazienti. Accusa, quest’ultima, dalla quale continua a professarsi innocente. «È ancora lunga – racconta sua moglie Barbara – ma il diritto sta facendo il suo corso e spero possa emergere la verità».

Una verità che riguarda tutti, anche e soprattutto quei pazienti che hanno sempre avuto fiducia in Brega Massone e che, all’improvviso, si sono visti cambiare le carte in tavola dalla Procura. «Li hanno guardati dicendo: il suo dottore è un pazzo – racconta – È normale che un parente dia fuori di testa». Ma i rospi da ingoiare sono stati troppi. Non solo il trauma del distacco, non solo lo sguardo della sua bimba, allora di soli 5 anni, impietrito davanti ai poliziotti che le portavano via il padre, ma anche la gogna mediatica e le minacce da parte di chi ha riconosciuto nel volto di suo marito un mostro. «Ho ricevuto qualche lettera brutta ma tutta roba anonima – spiega – Avrei dovuto sporgere denuncia ma per fortuna non ho subito atti vandalici. Chi ci era amico è rimasto, ho trovato tante persone veramente buone in questa esperienza negativa, disponibili ad aiutarci». Un aiuto anche per affrontare il processo, con una vita diventata improvvisamente una salita ripida e tortuosa. «Tutto quello che aveva mio marito era ciò che aveva la sua famiglia, aveva iniziato a lavorare da poco – spiega – Abbiamo perso tutto tra sequestro di beni e avvocati, ma ho trovato tante persone che hanno lavorato gratuitamente solo per amore di giustizia».

I colleghi, seppur dispiaciuti, non hanno però capito quanto fosse grave ciò che stava accadendo. «Sono rimasta un po’ delusa dal fatto che non si siano coalizzati, perché comunque condannare un medico senza una perizia è una cosa che non va bene per tutta la categoria. Può succedere a chiunque». Già, la perizia, vera incognita di una storia che, comunque andrà, ha spezzato le vite di molti. Due le perizie agli atti del processo: quella della Procura, che descrive Brega Massone come un folle capace di uccidere i propri pazienti solo per qualche rimborso alla clinica milanese, e quella di parte, che lo racconta come un medico oculato. Due versioni contrapposte, inconciliabili. Ma, nonostante ciò, i giudici non hanno ritenuto opportuno chiedere una perizia super partes, in grado di chiarire il dilemma. Perizia che invece, in sede civile, c’è stata, in quanto vincolante. E ciò che è emerso è che Brega Massone avrebbe fatto tutto come andava fatto, tanto da rigettare la richiesta di risarcimento avanzata da quattro vittime per le quali in sede penale, invece, è stato condannato. «Di verità ne esiste una sola, non possono convivere due diverse – sottolinea Barbara – Se le pazienti sono state considerate correttamente operate non vedo perché ciò non debba valere in sede penale. Forse il clamore mediatico di questa vicenda è stato talmente forte che concedere la perizia poteva voler dire deludere troppo l’opinione pubblica. Ma la verità non è importante solo per noi, è importante per tutti. Questa vicenda ha creato sconvolgimento e dolore per un sacco di persone».

La notizia della decisione della Cassazione Brega Massone l’ha appresa dal telegiornale, un quarto d’ora dopo la moglie. È rimasto calmo, nonostante la tensione, «perché ci sperava ma non ci credeva». Perché nonostante gli avvocati, sin dall’inizio, abbiano sostenuto l’illogicità del dolo, le cose sono andate avanti in quella direzione per nove anni. Fino a venerdì. «Per lui adesso vuol dire cominciare ad avere la speranza di uscire e rivedere luce del sole, non essere più sepolto vivo, come temeva di passare i suoi giorni. Anche mia figlia è più ottimista. Continua a dirmi: allora quando torna a casa? Quando può tornare?».

Marito e moglie si incontrano due giorni a settimana, un’ora al giorno. Parlano quasi esclusivamente della storia giudiziaria che ha stravolto la loro vita, della figlia e della scuola, ma il pensiero dell’ex primario non può che finire sempre lì, lontano com’è, da tanti anni, dal mondo al di là delle sbarre. «Non riesce più ad avere rapporti normali con le persone, non ci pensa neanche. È una situazione pesantissima – spiega la donna – La sua vita non è più la stessa». Oggi Barbara e suo marito si incontreranno di nuovo, dopo essersi lasciati con un lungo abbraccio il giorno della sentenza. «Mi ha ringraziata, perché sa che anche io ho lottato tanto, ho fatto quello che non poteva fare lui – dice – Mi ha detto: “finalmente si vede la luce in fondo al tunnel”. Ha cambiato completamente stato d’animo. È la speranza: ora riprende a vivere». Una vita messa in pausa dall’arresto, un dolore di cui non riescono a parlare a voce. «Lo facciamo nelle lettere ma non ci riusciamo quando ci vediamo. È un ricordo molto forte che tutti e tre ci porteremo sempre dentro. Ora – conclude – continuiamo a guardare squarcio di luce, sperando possa illuminare la verità».

 

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