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Ricchi contro poveri, la linea d’ombra della “Guerra dei Cafoni”

Il nuovo film di Davide Barletti e Lorenzo Conte è una favola di formazione ambientata in un meridione senza tempo, una ironica e riuscita metafora della lotta di classe e della fine della civiltà rurale in Italia
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La guerra dei cafoni è il nuovo film di Davide Barletti e Lorenzo Conte, tratto dall’omonimo libro di Carlo D’Amicis edito da Minimum Fax (che produce anche il film) ed è sceneggiato dai due registi, lo scrittore del romanzo e Barbara Alberti. La storia nel romanzo è ambientata a metà degli anni ’70 in Puglia nel paese inventato di Torre Matta, trasformato dai due registi in un (non) luogo senza tempo che tutti abbiamo abitato nelle estati della nostra adolescenza, quando vivevamo per lunghi tratti privi dell’opprimente presenza degli adulti, ma non ancora avvinti dalle responsabilità della vita.

Barletti e Conte puntano l’occhio su due bande di adolescenti: i “signori” figli dei ricchi al seguito del bello e maledetto Francisco Marinho e i “cafoni” figli della terra capitanati dal torvo Scaleno che combattono una guerra ancestrale le cui origini hanno luogo nell’alba dei tempi: “i signori sono padroni di tutto, compresa la vita dei cafoni”. Eppure quell’estate qualcosa si rompe. Scaleno chiama a dar man forte ai cafoni dalla città Cugginu, simbolo di una nuova classe “cafona” urbanizzata che non è più disposta ad accettare lo stato delle cose, che vuole impadronirsi dei beni e delle donne dei padroni.
Cugginu ha i mezzi (qualche soldo in più dei suoi sodali datogli dall’avere un lavoro in città), e le conoscenze (è in grado di riparare la moto gettata da Marinho) e spezza un equilibrio secolare di una lotta quasi cavalleresca. Egli infatti è testimone del fatto che “le cose cambiano” e che i cafoni non hanno più bisogno del consenso dei signori per trovare un posto nella società, “io vado avanti e mi prendo il mondo”. Inoltre si verificano delle storie d’amore incrociate tra i due schieramenti. Minata da questi eventi si fa avanti, contrapposta alla cieca determinazione dei capi, una crescente sfiducia delle truppe sulle reali motivazioni e sugli obbiettivi di questa guerra mettendone in dubbio l’utilità, per concludere in un finale che rimanda al termine di una stagione della loro vita e soprattutto, come profetizzato da Pasolini, alla fine della civiltà rurale in questo paese.

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Barletti e Conte dirigono un romanzo di formazione dalla duplice lettura: la descrizione di un’età complicata, la poeticità dell’adolescenza alternandole con la violenza, la voglia di prevaricazione e l’odio di classe, le sue cause e i suoi limiti. Il tutto ben sintetizzato attraverso un uso metaforico della luce accecante dei paesaggi salentini, che fa da contrappeso al buio delle catapecchie dove i cafoni sono soliti ritrovarsi e delle nostre anime. Una favola in cui il richiamo ancestrale dal prologo, cede il passo a un brutale realismo terminando in un commovente afflato surreale.
Il cast è composto tutto da attori non professionisti alla prima esperienza scelti dopo aver provinato più di ottocento ragazzi reperiti tra scuole calcio, stabilimenti balneari o incontri casuali ed è stato portato sul set dopo aver frequentato un laboratorio di un mese e mezzo nel quale sono stati allontanati dalle famiglie, istruiti sul mestiere dell’attore dai registi e da un maestro d’armi che ha insegnato loro come fare a botte, come guidare l’ape o le moto (giacché erano tutti minorenni). Hanno inoltre partecipato anche alla realizzazione di alcuni oggetti di scena.
Va inoltre dato merito alla produzione del fatto che per tutta la durata del laboratorio è stato presente anche uno psicologo per far comprendere loro il senso di questa esperienza, di cosa voglia dire realmente fare l’attore in un film e far parte di un set e quindi di un gruppo di lavoro, mettendoli al riparo dalle tentazioni di quella che, usando un’espressione che non è più molto in voga, continua ad essere in nuove forme e manifestazioni “la società dello spettacolo”.

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Su tutti spiccano le prove di Angelo Pignatelli nel ruolo di Cugginu e di Piero Dioniso che, dietro due spesse lenti che ingrandiscono se possibile ancor di più i suoi occhi, interpreta in modo sorprendentemente lieve i turbamenti, le pulsioni e le riflessioni di Tonino.
Insomma “La guerra dei cafoni” è la conferma, che quando ci sono le idee e lo sforzo concreto di persone che, tra le immani difficoltà che il sistema produttivo cinematografico italiano propina, le sanno realizzare, c’è ancora la possibilità di raccontare una bella storia, di divertire e commuovere il pubblico senza scadere nei cliché più usurati del cinema nostrano.

 

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