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Il Pasolini segreto nella stanza della tortura

Al teatro Argentina di Roma "L'indecenza e la forma" di Giuseppe Manfridi, un viaggio intimo e disperato del tormentato rapporto del poeta friulano con il padre e la madre
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«Parla il poeta bambino e parla il poeta adulto, parla il padre delittuoso e la madre onnivora, parla il fratello caro agli Dei e Saturno divoratore dei propri figli, parla la plebe e parlano gli amanti. E il loro parlare si traduce in lotta, la lotta in dramma, e il dramma tende alla sua catarsi, che infine arriva».

Testo polifonico, complesso, quello scritto dal drammaturgo Giuseppe Manfridi per la regia di Marco Carniti, le musiche di David Barittoni e la versatile interpretazione di Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini. L’indecenza e la forma (Pasolini nella stanza della tortura), in prima nazionale dal 13 febbraio alle 21 al Teatro Argentina di Roma, è la rappresentazione intima e disperata di un tormentato rapporto padre-madre-figlio, un triangolo familiare che fin dagli esordi scava e frantuma la composita identità pasoliniana. «Un cordone ombelicale – annota Carniti – che strangola senza pietà un figlio-vittima lasciando senza respiro sia l’attore che lo spettatore. Ho dato corpo e azione teatrale a un personaggio inesistente nel testo originale che rappresenta in senso fisico e metafisico il rapporto vittima-carnefice che si instaura tra madre-figlio e padre-figlio».

 

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Il regista Giuseppe Manfridi

 

Voci concitate e incalzanti approntano un sofferto lessico familiare che muta il verso in musica e la musica in grido. «Nel profluvio dei versi che compongono il copione, – osserva Manfridi – nei lacci delle rime e delle assonanze, nel rap dissennato che traversa facce, gole, miti e nervature, l’osceno ambisce a purificarsi, mostrandosi ansioso di una spietatezza che lo giustifichi, fomentando dialoghi estremi, fatali».

Il testo mette in scena senza reticenze, scandagliandone le più riposte caducità, un Pasolini franto, vittima predestinata dell’ambiguità e della coercizione perpetrata dagli affetti più prossimi. «Una drammaturgia ipertrofica scomoda e respingente – dichiara il regista. – Un Pasolini capovolto che esce allo scoperto mostrando la parte più fragile di se stesso. Un vero e proprio sacrificio umano che si svolge davanti agli occhi del mondo fuori da ogni tipo di giudizio e giustificazione».

Lucido e profetico e segnato al contempo da un travaglio interiore quantomai convulso e vitale, al poeta che da un canto «con un atto pragmatico redige referti della propria epoca imponendo ai suoi contemporanei una chiara visione del futuro» mentre dall’altro convive con il retaggio delle dinamiche esiziali delle relazioni familiari, non resta che accettare il proprio destino, assecondarlo per potersene emancipare: «È il compimento di un’esistenza – chiosa Manfridi – che, per paradosso, ha saputo domare il proprio fato accettando un’assoluta sottomissione ad esso».    

 

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