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Roma, gli 80 rom di Tor Pagnotta tra sgombero e case popolari

L’associazione 21 luglio, che si occupa dei diritti di sinti e rom, segue la vicenda delle 80 persone che erano l'area F e area ex Tor Pagnotta
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Entro il 2 marzo i circa 80 rom che abitano l’area F e area ex Tor Pagnotta di Castel Romano, la baraccopoli sulla via Pontina, saranno costretti ad abbandonare il loro tetto. E se l’allontanamento non sarà spontaneo, interverrà il Comune con le ruspe e uno sgombero immediato o il privato proprietario del terreno, a sua volta obbligato dall’ente locale a rimuovere i container. Parliamo dell’ordinanza della sindaca del comune di Roma Virginia Raggi, notificata l’altro ieri ai rom, che ha come obiettivo – si legge nella nota stampa del comune – quello di “ripristinare le condizioni ambientali e igienico sanitarie a tutela della salute pubblica”. Ricordiamo che il campo dallo scorso luglio è sottoposto a sequestro preventivo da parte dell’Autorità giudiziaria per una serie di reati ambientali commessi al suo interno. E che negli ultimi giorni è stato registrato un focolaio di Covid-19.

L’Associazione 21 luglio che si occupa dei diritti dei sinti e rom, è venuta a conoscenza della volontà dell’Amministrazione comunale di prevedere per le suddette famiglie – purché firmatarie del “Patto di Solidarietà” o in graduatoria per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica – un progetto di collocamento in appartamenti in co-housing posti all’interno del territorio comunale per due anni. L’ingresso negli appartamenti predisposti dal comune di Roma consentirebbe successivamente alle famiglie beneficiarie di usufruire dei 10.000 euro di contributo all’affitto previsto dal “Piano rom” e il mantenimento del punteggio per la domanda della “casa popolare”. La proposta è stata nel concreto presentata presso gli uffici comunali a diverse famiglie dell’area F con l’invito, per quanti non l’avessero fatto, a sottoscrivere il “Patto di Solidarietà”. Contrariamente a quanto avvenuto nel passato, pertanto, i referenti dell’Amministrazione comunale hanno assicurato di escludere l’opzione dell’accoglienza in strutture comunali con divisione del nucleo e accoglienza limitata nel tempo.L’Associazione 21 luglio, nel continuare a seguire da vicino la vicenda, annuncia che «confida nel senso di responsabilità del personale del comune di Roma affinché venga intrapreso con le famiglie un dialogo franco e un atteggiamento corretto, scevro da ambiguità e promesse illusorie, fondato sulla trasparenza e sulla reale volontà ad offrire risposte abitative adeguate e risolutive di fronte alle gravi problematiche che lo sgombero forzato, previsto per il 2 marzo, potrebbe innescare». Senza però dimenticare, come già ribadito in passato dalle stesse famiglie, che, al di fuori di costose e discriminatorie politiche inclusive, basterebbe lo sblocco delle assegnazioni degli alloggi di edilizia residenziale pubblica per offrire la certezza a diversi nuclei dell’area F già in graduatoria con punteggi molto alti, di fare ingresso in una “casa popolare”. Non si tratta di optare per una corsia preferenziale creata ad hoc ma di avvalersi di regolamento regionale che lo consente. Come detto, nell’area F di Castel Romano in tanti avevano già fatto domanda per la casa popolare. Basterebbe darne seguito. Secondo Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, «Se i primi a sperimentare questo modello sono stati i rom entrati nelle case popolari di Ferrara, città governata da una giunta leghista, perché lo stesso non potrebbe essere fatto proprio dalla città di Roma?».

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