L'ex giudice della Cassazione
Antonio Esposito, uno degli editorialisti del "
Fatto Quotidiano" di
Marco Travaglio, difende a spada tratta l’ex pm di
Mani Pulite Piercamillo Davigo, rinviato a giudizio giovedì scorso dal gup di
Brescia per il reato di rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sulla circolazione abusiva dei verbali dell’ex legale dell’Eni, Piero
Amara, che aveva riferito alla procura di Milano, fatti riguardanti la presunta “
Loggia Ungheria”. Esposito, il giudice che condannò anni fa
Silvio Berlusconi, se la prende con il tribunale di Brescia che non ha capito come sono andati i fatti. Secondo l’ex membro della Suprema Corte di Cassazione, Davigo andava prosciolto da ogni accusa.
Che sia da ritenere innocente, il Dubbio lo ha scritto a chiare lettere, in un corsivo a firma di Rocco Vazzana. Vale per Davigo, vale per tutti. Ma Esposito è andato oltre, puntando il dito contro due esponenti del Consiglio Superiore della Magistratura: il vicepresidente
David Ermini e il consigliere togato
Giuseppe Cascini. «Un magistrato galantuomo, a cui l'Italia degli onesti deve molto,
Piercamillo Davigo, è stato rinviato a giudizio da un
Gup di Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio in relazione ai verbali resi in istruttoria dal faccendiere
Amara - che denunziava l'esistenza di una loggia segreta di cui facevano parte anche magistrati componenti del
Csm - consegnati a Davigo dal pm milanese
Paolo Storari. Contro di lui si è immediatamente scatenata la gogna mediatica da parte di diffamatori seriali, da anni strenuamente impegnati a difendere corrotti, corruttori, bancarottieri, evasori fiscali, ecc., e si è definito infamante il reato ascritto a Davigo» scrive Esposito sul “
Fatto” di Travaglio. «Ora, quale che sia la valutazione di opportunità o meno, non vi è alcun dubbio che Davigo si sia mosso nella convinzione di agire in "adempimento di un dovere"
(art. 51 Codice penale) che gli incombeva dall'essere un componente del Csm che riceveva gravi dichiarazioni da un pm che gli segnalava ritardi, ostacoli o condizionamenti nelle indagini da parte del procuratore capo Greco (successivamente archiviato). La
prova provata che Davigo ritenesse di agire in adempimento di un dovere, sta nella circostanza che egli immediatamente portò a conoscenza quanto affermato dallo
Storari sia del vicepresidente del Csm,
David Ermini, (nonché di altri componenti del Csm, tra cui Giuseppe Cascini, membro della disciplinare), sia del Pg della Cassazione
Giovanni Salvi (titolare dell'azione disciplinare) il quale, proprio a seguito dell'iniziativa di Davigo, contattò il procuratore
Francesco Greco, sì che furono effettuate le formalità per l'iscrizione nel registro degli indagati» spiega
Esposito. E conclude così: «Morale della favola:
Davigo va a giudizio e viene crocifisso;
Ermini e Cascini, che non hanno subìto alcuna iniziativa, rimangono rispettivamente, il primo vicepresidente e il secondo componente della sezione disciplinare del
Csm. Quando decideranno di andarsene a casa?» riferendosi ad
Ermini, che disse di non aver mai letto quei verbali e di aver informato subito
il Capo dello Stato, e a
Cascini, il quale spiegò
ai pm di Brescia, che lo interrogarono, che «poiché Davigo mi aveva chiesto un'opinione sul da farsi, ricordo di avergli detto che, trattandosi di materiale informale, ricevuto per vie non ufficiali, noi non avremmo potuto farci nulla». «Dimentica, il
Cascini che, quale componente del
Csm, è pur sempre un pubblico ufficiale e le confidenze non trovano ingresso».
(a. a.)