La lettera pubblicata da Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente del Garante della Privacy, su Il Giornale dovrebbe farci riflettere. Non solo su quello che è successo a lei, ma su un metodo che ormai da anni si sta diffondendo nel giornalismo d'inchiesta condotto da Report in prima serata Rai. Un metodo che rischia di trasformare il servizio pubblico in uno strumento di ritorsione.
Cerrina Feroni scrive: “Tali diritti fondamentali sono stati, in questa vicenda, calpestati come raramente è avvenuto in passato. Qui si è di fronte a una turbativa molto seria degli equilibri istituzionali: un soggetto sanzionato ha scatenato la sua straordinaria forza mediatica, usando un servizio pubblico, per colpire il soggetto sanzionatore che, come suo dovere, ha applicato la legge per un comportamento illecito”. Sono parole pesanti. Pesanti perché descrivono qualcosa che chi ha cercato di decostruire le inchieste di Report conosce bene. C'è un paradosso che ormai è evidente a chiunque abbia occhi per vedere: la libertà di stampa sembra valere solo per loro. Se osi criticare un servizio di Report, se provi a mettere in discussione le loro ricostruzioni con documenti e fatti, se hai il coraggio di fare quello che dovrebbe fare ogni giornalista serio - verificare, controllare, chiedere conto - allora diventi automaticamente un bersaglio.
Prendiamo il caso del Gambero Rosso. Stiamo parlando di uno dei punti di riferimento più importanti dell'enogastronomia italiana, una guida che da anni lavora con serietà e professionalità. Quando hanno osato criticare in maniera documentata e trasparente alcuni servizi di Report sul vino, cosa è successo? La redazione di Ranucci ha messo in piedi un'inchiesta contro di loro. Non una risposta nel merito, non un confronto tra giornalisti. No, la solita inchiesta, stesso stile: telecamere nascoste, testimoni anonimi e la solita messa in scena da thriller.
Ma cosa è accaduto? Dopo le critiche del Gambero Rosso ai servizi sul vino - in cui Report sosteneva che le grandi etichette toscane fossero sostanzialmente delle truffe - ecco che arriva una nuova puntata. Questa volta l'obiettivo è la guida stessa, i suoi metodi di valutazione, il suo modello di business. Coincidenze? Forse. Ma il messaggio è chiaro: chi critica Report deve aspettarsi una controinchiesta.
Lo sappiamo bene, avendo vissuto questo metodo. Il Dubbio, e in particolare il sottoscritto, ha avuto la colpa imperdonabile di decostruire in maniera trasparente e documentale le inchieste di Report sulla pista nera delle stragi. Abbiamo fatto quello che dovrebbe fare ogni giornalista: verificare le fonti, controllare i fatti, chiedere se quello che viene raccontato in prima serata corrisponde alla realtà dei fatti. Risultato? Sono stato tirato in mezzo dalla trasmissione con un servizio che il Comitato di Redazione del Dubbio ha definito “sibillino e privo di fondamento”, un pezzo che senza mai formulare accuse esplicite lasciava intendere chissà cosa.
La mia colpa? Essere stato chiamato dal generale Mario Mori, il quale era sotto intercettazione, per propormi di fare il consulente in commissione antimafia. Ho rifiutato ed espresso opinioni che sono tra l'altro pubbliche. Sarebbe interessante, un giorno, rendere pubblica l'intera telefonata e si scoprirà la voglia personale di approfondire, di far tirare fuori documenti nascosti, la verità dei fatti. E da giornalista non avrei accettato a prescindere, visto che il nostro compito è tirare fuori i fatti e non mantenere il segreto se si lavora dentro una commissione. Eppure, per la terza volta, Report ripropone quella telefonata. Mai visto che un giornale, o una trasmissione, riproponga per tre volte la stessa identica “non notizia”.
La stessa cosa era successa qualche anno fa quando Report sposava il teorema della Trattativa Stato-Mafia. Chi provava a far notare che forse le cose erano più complesse, che c'erano elementi di dubbio, veniva guardato con sospetto. E anche lì, chi osava criticare rischiava di diventare oggetto di attenzione.
Qui c'è una differenza fondamentale con i tempi di Milena Gabanelli. Quando conduceva lei Report , non si è mai visto niente del genere. La Gabanelli faceva inchieste, anche durissime, ma non c'era questa logica della vendetta. Se qualcuno criticava un suo servizio, non partiva automaticamente un'inchiesta contro il critico. C'era un'idea di giornalismo diversa, forse più antica, sicuramente più nobile.
Oggi invece Report sembra avere assunto un potere che sta a metà tra il giudiziario e il poliziesco. Con la scusa della libertà di stampa - ma solo per loro, ovviamente - possono creare inchieste che hanno tutto il sapore della ritorsione. Poco importa se poi, il più delle volte, queste inchieste si rivelano bolle di sapone. Il danno è fatto. La persona o l'ente presi di mira sono stati esposti al pubblico ludibrio in prima serata su una rete pubblica.
L'altro ieri, alla trasmissione Quarta Repubblica condotta da Nicola Porro su Mediaset, ha testimoniato Pietro Tatarella, vicenda raccontata su Il Dubbio, giovane consigliere comunale di Forza Italia, indagato, arrestato e poi assolto. E lui stesso, rivolgendosi a Ranucci e ai colleghi di Report , ha detto: “Mi avete dedicato un servizio intero su Report quando le indagini non erano nemmeno chiuse, senza pensare che fuori c'era una famiglia e un bambino che il giorno dopo doveva andare a scuola con il peso di un papà dipinto come corrotto e amico dei mafiosi. Non è giornalismo d'inchiesta, ma avanspettacolo”.
Ma ritornando alle ritorsioni, Cerrina Feroni lo dice in modo ancora più chiaro: “Siamo di fronte a una aggressione che è avvenuta in modo virulento, senza nessuna garanzia di contraddittorio e di difesa, come invece avviene in un'aula di Tribunale, aggiungendo manipolazione mediatica a manipolazione mediatica. Questo è un mondo parallelo a quello della giustizia, e di impatto terribilmente più forte, immediato, travolgente”.
È esattamente questo il punto. Report non ha nulla a che fare con il giornalismo anglosassone. E la libertà di stampa? Quella vera, quella che dovrebbe essere uguale per tutti? Quella che dovrebbe permettere a un giornalista di criticare un collega quando ritiene che abbia sbagliato, di decostruire un'inchiesta quando i fatti raccontano un'altra storia? Quella libertà sembra non valere quando si tratta di Report .
Siamo di fronte a quello che Cerrina Feroni definisce “un mondo barbaro, regressivo, in cui ciascuno di noi può diventare il destinatario di tali violenze a piacimento di chi ne ha l'incontrastato potere e si assume intoccabile”. Un mondo dove la verità non viene cercata attraverso il confronto tra fonti diverse, la verifica incrociata dei dati, il rispetto delle regole. Un mondo dove la verità è quella che decide chi ha in mano il microfono in prima serata. Quello che sta accadendo con il “metodo Report” è che il confine tra giornalismo d'inchiesta e giornalismo manganellatore si sta facendo sempre più sottile. E forse è già stato superato.