Giovedì 15 Gennaio 2026

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Prima “ Report ” poi Piazzale Clodio: l'indagine sul Garante

Il presidente Pasquale Stanzione e altri tre membri dell’Autorità per la privacy accusati di corruzione: perquisizioni della Guardia di finanza in sede

15 Gennaio 2026, 19:06

 Pasquale Stanzione

Le perquisizioni della Guardia di finanza nella sede del Garante per la protezione dei dati personali hanno certamente fatto segnare un salto di qualità di un conflitto che si protrae, tra alti e bassi, sin dalla metà dello scorso anno. Una vicenda che da mesi incrocia informazione, poteri indipendenti o presunti tali, e politica. L’indagine della Procura di Roma, coordinata dall’aggiunto Giuseppe De Falco, ipotizza i reati di peculato e corruzione a carico del presidente dell’Authority Pasquale Stanzione e degli altri componenti del Collegio Guido Scorza, Agostino Ghiglia, Ginevra Cerrina Feroni.

Un’inchiesta, come noto, che nasce dai servizi della trasmissione Report e che ora entra nella sua fase più delicata, con l’acquisizione di documenti, computer e telefoni. Secondo i magistrati, al centro dell’indagine ci sarebbe una gestione delle risorse pubbliche giudicata quantomeno disinvolta: spese di rappresentanza in forte crescita, rimborsi per viaggi, soggiorni di lusso, cene, servizi accessori estranei alla funzione istituzionale, fino all’uso improprio dell’auto di servizio. Nel decreto di perquisizione si parla di un incremento significativo dei costi a partire dal 2022, con un picco nel 2024, e di missioni all’estero il cui costo reale sarebbe stato ben superiore a quello ufficialmente comunicato.

Ma non è solo il capitolo delle cosiddette “spese pazze” ad attirare l’attenzione degli inquirenti. L’ipotesi di corruzione ruota attorno ai rapporti con Ita Airways e alla scelta di irrogare una sanzione meramente formale nonostante irregolarità riscontrate nel trattamento dei dati, a fronte – contestano i pm – di utilità ricevute sotto forma di tessere di viaggio di fascia executive. Altro fronte sensibile riguarda la vicenda Meta: una maxi sanzione inizialmente ipotizzata in decine di milioni di euro, progressivamente ridimensionata fino all’annullamento, anche a causa dei tempi procedurali, con il sospetto che il rischio prescrizione fosse ben noto al Collegio.

Il quadro accusatorio è pesante e sarà vagliato nelle sedi competenti, nel pieno rispetto delle garanzie difensive. La legittimità dell’azione penale non è in discussione. E tuttavia, al di là dei profili giudiziari, questa vicenda porta con sé anche lo spunto per una riflessione che va oltre il perimetro dell’inchiesta. Perché le perquisizioni arrivano in un clima che, sul terreno della giustizia, è tornato apertamente conflittuale. Un clima nel quale il dibattito pubblico si è progressivamente radicalizzato, proprio mentre la riforma ha completato il suo iter parlamentare e si avvia verso il referendum.

Il sospetto – legittimo, alla luce di un'esperienza ormai più che trentennale – è che tempistiche e scelte investigative finiscano per risentire di questo contesto. Non sarebbe la prima volta che giustizia, politica e media entrano in cortocircuito, seguendo le curve dell’agenda politica più che un tempo neutro e distaccato. Un rischio tanto più concreto nell'attuale contingenza. Non a caso, la notizia dell’indagine è stata immediatamente accompagnata da prese di posizione politiche, richieste di dimissioni del collegio avanzate da esponenti della sinistra e letture fatalmente schierate.

Da un lato, la testata diretta da Sigfrido Ranucci, uno dei rappresentanti più noti di quella parte di informazione che ha già fatto una scelta di campo plateale sul referendum; dall’altro, una parte politica che si sente colpita per interposta persona, attraverso figure considerate vicine alla presidente del Consiglio (Ghiglia è il consigliere intercettato dai cronisti a via della Scrofa, sede di FdI, dove si era recato per incontrare Arianna Meloni, e dall’Authority era partita una diffida a diffondere alcune intercettazioni riguardanti l’ex-ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, e quindi una molta nei confronti di Report).

In mezzo, il merito delle questioni – l’uso delle risorse pubbliche, l’esercizio dei poteri sanzionatori, l’indipendenza delle Autorità – rischia di restare sullo sfondo sacrificato sull'altare del wrestling istituzionale in salsa referendaria. È proprio questo il nodo più delicato. La giustizia non può e non deve appiattirsi sull’agenda politica, soprattutto alla vigilia di una consultazione popolare in cui i contenuti faticano a emergere, soffocati dalla bagarre. Difendere l’autonomia della magistratura significa anche augurarsi che il suo passo resti estraneo ai tempi della contesa politica. È un’esigenza di igiene istituzionale, prima ancora che di equilibrio democratico.