Ranucci
Torna puntuale, come un riflesso condizionato, l'ultima narrazione di Report di domenica scorsa sulle stragi del 1992. Ancora una volta il telespettatore viene proiettato in quel labirinto di ombre dove la mafia smette di essere mafia per diventare il braccio armato di un'entità superiore, nerissima, eversiva. Al centro del racconto c'è nuovamente Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale, che secondo la trasmissione non solo avrebbe rimediato l'esplosivo per Capaci, ma sarebbe stato addirittura la mente della strage. Totò Riina al soldo di “er caccola”. Una tesi suggestiva, perfetta per una prima serata, ma che si scontra con un piccolo, fastidioso dettaglio: la realtà dei fatti.
La novità della puntata stavolta è un audio: Report rende pubblico per la prima volta l'interrogatorio del 2007 del magistrato Gianfranco Donadio, allora sostituto della Procura Nazionale Antimafia, nei confronti di Alberto Lo Cicero e la sua ex compagna Maria Romeo (attualmente sotto processo per falsa testimonianza). Un colloquio “investigativo” - quindi irrituale e senza valore probatorio - che lo stesso Donadio non userà mai per dare impulso alle indagini. Il motivo? Non ha alcun valore legale e non prova nulla.
Il metodo Donadio
Ascoltando l'audio che Report presenta in esclusiva (tralasciamo la fonte anonima che ha passato materiale che nemmeno gli avvocati hanno potuto ottenere), emerge chiara la modalità suggestiva dell'interrogatorio. Ascoltando solo quella parte dell'audio trasmesso, si sente un approccio suggestivo: domande che guidano le risposte, dettagli che emergono solo dopo spinte. La Romeo, ora sotto processo per falsa testimonianza, cambia versioni come niente. Ma anche Lo Cicero, almeno da quello che hanno reso pubblico, non parla dei dettagli che emergono dalla famosa e anche un po’ strana “nota Cavallo” dove furono raccolte le confidenze della Romeo.
Un metodo che non è nuovo. Lo stesso Donadio fu denunciato al Csm da ben due procure siciliane per altri colloqui investigativi dove, però, quella volta non compariva Delle Chiaie nelle stragi, ma “faccia da mostro”. Il tutto e il suo contrario. Per capire meglio questo metodo, basta rileggere stralci di un colloquio investigativo tra Donadio e il controverso pentito Lo Giudice, detto “il nano”. In questo file audio, Donadio chiede: “Era coinvolto in fatti stragisti?”. Lo Giudice: “Sì, metteva bombe”. Donadio: “Le faccio un esempio stupido, ha mai messo una bomba in un asilo?”. “No”. “E quello dove le metteva?”. “In un asilo”. Poi: “Era in Capaci?”. “Ah, sì”. “Borsellino?”. “Sì”. “Addaura?”. “Mi pare”. “Bologna?”. “Come no”. “Ha sparato a un bambino?”. “Mi sembra”. “In Calabria?”. “Sì”. “O Sicilia?”. “Ora che ci penso, Sicilia”. “Si chiamava Giovanni?”. “Sì”. “Ajello?”. “Sì”. Suggestioni pure, che portano a nomi e fatti preconfezionati.
Un pentito che non sa
Ma torniamo a Lo Cicero. La storia che viene raccontata fa leva su questo collaboratore di giustizia morto di cancro, che avrebbe rivelato il coinvolgimento della destra eversiva nella strage del 23 maggio 1992. Il problema è che Lo Cicero, a leggere i suoi verbali ufficiali, della strage di Capaci non sapeva praticamente nulla. Inizia a collaborare formalmente il 24 luglio 1992. In 22 verbali di dichiarazioni alla Procura parla di tutto: dei suoi rapporti con Mariano Tullio Troia, boss di San Lorenzo, di altri esponenti mafiosi, di traffici vari. Ma quando si arriva alla strage di Capaci, il vuoto. Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie, non sa nulla delle dinamiche esecutive.
Prendi Antonino Troia, fratello di Mariano Tullio. Figura centrale nella strage: è lui che individua il cunicolo dove piazzare l'esplosivo, bonifica la zona, coordina il trasporto dei bidoncini, custodisce gli apparati radio. Le sentenze definitive lo condannano all'ergastolo. Ebbene, Lo Cicero - che pure dice di essere vicinissimo alla famiglia Troia - non fa mai il nome di Antonino in relazione alla strage. Mai. E poi c'è il fatto che Lo Cicero racconta di essere stato “uomo d'onore”, affiliato a Cosa Nostra. Descrive persino la sua cerimonia di affiliazione. Peccato che nella sentenza 434/1995 questa affiliazione venga “clamorosamente smentita” dalle dichiarazioni di Marino Mannoia. Lo Cicero mentiva.
Dopo il suo arresto per droga nel dicembre 1985, il boss Troia lo aveva scaricato: aveva scoperto che aveva un cognato agente di polizia. “Da quel giorno venni messo da parte”, dichiara. L'ultima volta che vede Troia è nel 1986-87. È un uomo “bruciato”. Ma allora come fa a sapere della strage di Capaci del maggio 1992? Come può raccontare dettagli di un'organizzazione che lo aveva scaricato sei anni prima? Non può. E infatti non racconta nulla di rilevante.
Le indagini
La verità è che la svolta nelle indagini non arriva da Lo Cicero. Arriva da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992. È lui a indicare i nomi da seguire: Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e un certo “mezzanasca” poi identificato in Mario Santo Di Matteo. Da lì partono i pedinamenti, le intercettazioni, l'individuazione del covo di via Ughetti. Lo Cicero? Nel verbale del 9 ottobre 1992 dichiara di non sapere nulla sulla famiglia di Altofonte-Monreale, quella dei veri esecutori. Non conosce Nino Gioè, non conosce Gino La Barbera, non conosce Mario Santo Di Matteo. Si limita a dire che conosce “i Di Carlo, o nome simile”.
E qui il capolavoro. Marzo 1993, appartamento di via Ughetti. La Dia piazza una microspia. Gioè e La Barbera parlano tra loro durante le indagini della procura. Si parla di un certo Lo Cicero che stava collaborando. Gioè chiede: “Chi è sto Lo Cicero?”. Non lo conoscevano come insider della strage; lo vedevano solo come un collaboratore esterno, forse una talpa minore. E Troia, trasferito a Pianosa, disse a La Barbera di essere finito dentro per associazione mafiosa grazie a Lo Cicero, non per dettagli su Capaci. Insomma, Lo Cicero non era nel commando, non sapeva i nomi chiave, non diede piste reali. Le sue parole su Delle Chiaie? Arrivano anni dopo, in contesti dubbi.
Ma oltre Capaci, la tesi – sconfessata anche dal capo procuratore nisseno Salvatore De Luca innanzi alla commissione antimafia – racconta che Borsellino fu ucciso perché, incontrando Lo Cicero, stava arrivando alla pista nera. Zero riscontri: nessun atto, nessuna memoria di colleghi di Borsellino conferma. Il rischio, oggi come trent'anni fa, è quello di nutrire la confusione. La pista nera sulla strage di Capaci non ha fondamento. Si regge su un pentito che della strage non sapeva nulla, su una donna considerata inattendibile e con un passato di problemi personali, su colloqui suggestivi senza valore probatorio. Si regge sul nulla.
A chi giova tutto ciò? Non certo alla verità, né alla comprensione storica di quello che è accaduto. Serve solo a tenere in piedi un format che preferisce il mistero alla realtà. La “pista nera” di Capaci rimane quello che è sempre stata: un nulla cosmico elevato a verità televisiva come solo Report sa fare. Ma nel prossimo articolo, a proposito del nulla riempito da singolari racconti, parleremo della presunta telefonata di Bruno Contrada risalente al 1992 dove avrebbe ordinato di non indagare sulla pista nera. Chi l'ha tirata fuori? E soprattutto: è mai esistita?