Martedì 20 Gennaio 2026

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Mensa dei poveri: sette anni dopo il maxi-blitz si rivela un maxi-bluff

La sua foto sui giornali con gli schiavettoni e la catena fu pubblicata sui giornali senza suscitare alcuna indignazione. E allora l’iniziativa della procura mise fine alla sua carriera

19 Gennaio 2026, 18:28

Pietro Tatarella

Sette anni fa, nel 2019, era stato presentato a Milano come il più grande scandalo politico-giudiziario dopo la Mani Pulite del 1992, un colossale “magna magna” per di più odoroso di ‘ndrangheta. L’inchiesta “Mensa dei poveri” aveva colpito al cuore Forza Italia, nella città del suo fondatore Silvio Berlusconi. E aveva preso di mira tre suoi esponenti politici, un deputato, Diego Sozzani, il sottosegretario regionale Fabio Altitonante e un giovane consigliere comunale, Pietro Tatarella, volto nuovo di Forza Italia e candidato alle europee del 26 maggio.

Per capire la dimensione dell’inchiesta, condotta da cinque procuratori, tra cui Alessandra Dolci, responsabile della direzione antimafia, è sufficiente sfogliare i quotidiani dell’8 maggio. Ne è sufficiente uno, il principale. Il Corriere della sera dedicava l’apertura con un titolo a tutta pagina “Lombardia, tangenti e arresti”. Una serie di servizi all’interno erano così sintetizzati in prima: “Blitz per le tangenti in Lombardia. I favori dei politici finiti anche ai boss della ‘ndrangheta. Oltre novanta gli indagati. 43 gli arrestati, tra cui il consigliere comunale e candidato di Forza Italia alle Europee Pietro Tatarella e il sottosegretario forzista della Regione Fabio Altitonante. Richiesta di arresto per il deputato azzurro Diego Sozzani”.

Chiamato in causa anche il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fondana per un inesistente abuso d’ufficio. Sarà bene tenere a mente quei tre nomi degli esponenti di Forza Italia, perché, al termine del processo d’appello che si è concluso sette anni dopo quel blitz, risultano tutti assolti. Non c’erano le corruzioni, non c’erano i peculati, non c’era la 'ndrangheta. E neanche l’abuso d’ufficio di Fontana, reato di fantasia, ovviamente caduto ben presto. Ma non mangiavano tutti? Così aveva scritto La Repubblica. E giù battute sul ristorante “Berti”, quello vicino alla Regione Lombardia, dove spesso pranzavano i consiglieri e gli assessori, e che in qualche intercettazione veniva ironicamente chiamato “mensa”. L’aggiunta “dei poveri” è utile al circo mediatico-giudiziario per ironizzare sugli sprechi e la corruzione. Ma non c’era niente.

Se un processo pomposamente chiamato “maxi” porta a casa 4 condanne su 62 (anche la posizione dell’eurodeputata Lara Comi è stata fortemente ridimensionata, niente più corruzione, ma solo una truffa) e i principali imputati sono fuori, è come minimo un fallimento. E vediamo se qualche procuratore metterà la faccia, come hanno fatto tra il primo e il secondo grado, per andare in Cassazione a ricorrere di nuovo contro le assoluzioni. Perché in Italia, se sei dichiarato innocente dal giudice, può succedere, e succede tutti i giorni, che il pubblico accusatore ti possa inseguire all’infinito. Secondo, terzo, quarto grado…

Del resto quel giorno il blitz era stato presentato in conferenza stampa con grande spolvero dal procuratore capo Francesco Greco che aveva denunciato le “sinergie con le cosche”. Come ci si poteva arrendere dopo le prime assoluzioni? Persino il Comune di Milano del sindaco Beppe Sala si era lanciato con la costituzione di parte civile, che non risulta aver mai ritirato. Ma sarebbe interessante conoscere, mentre è già iniziata la campagna elettorale per il referendum sulla separazione delle carriere, quale sia in questi giorni l’opinione di colei che fu la giudice delle indagini preliminari dell’inchiesta “Mensa dei poveri”, Raffaella Mascarino, la quale accolse a avallò le richieste della procura con 43 misure cautelari e in seguito nella veste di gup con i rinvii a giudizio.

Ha mai avuto per esempio la curiosità, la giudice, di comprendere come Pietro Tatarella, che era consigliere comunale all’opposizione della giunta Pisapia, avrebbe potuto manovrare appalti? Oppure favorire la 'ndrangheta solo perché a un imprenditore con cui era in contatto era stata intercettata una telefonata con il figlio di un condannato per mafia? Aveva applicato la proprietà transitiva, prima di emettere l’ordinanza di custodia cautelare in carcere?

A proposito, 46 giorni di isolamento, poi 4 mesi di detenzione “sociale”, poi 2 ai domiciliari, per Tatarella. Il quale oggi, che non è più ragazzino, ha 42 anni e fa il falegname, è fuori dalla politica, perché il suo percorso glielo hanno distrutto questi magistrati, ma potrebbe essere un perfetto testimonial per il “Sì” al referendum. Ha già detto che lo voterà. Vedremo. Ma intanto mettiamo agli atti quella sua foto con gli schiavettoni, che lui stesso ha postato su Facebook e che non ha fatto scandalo come quelli di Ilaria Salis. La quale al Parlamento europeo è andata, al contrario del giovane consigliere di Forza Italia, sbattuto a San Vittore in isolamento come mafioso e corrotto venti giorni prima delle elezioni. Ma assolto (tardivamente) in primo e secondo grado. Forse perché non c’è ancora la separazione delle carriere.