La riflessione
Gratteri e Di Matteo
C’è qualcosa che accomuna il procuratore Nicola Gratteri e il suo collega Nino Di Matteo. E non è solo il fatto che tutti e due abbiano più o meno tacciato di mafiosità coloro che voteranno Sì al referendum del 22-23 marzo sulla riforma costituzionale già approvata dal Parlamento. La vicinanza tra i due è un’altra e consiste nel fatto che, nella loro attività di procuratori, uno in Calabria e l’altro in Sicilia, hanno lasciato dietro di sé un gran cumulo di macerie. È clamoroso il fatto che due magistrati di impatto mediatico più forte di altri, paragonabile, nel passato, solo a quello di Antonio Di Pietro e , ma solo post mortem, di Falcone e Borsellino, abbiano prodotto le inchieste più fallimentari degli ultimi decenni di storia giudiziaria.
Quando le due illustri toghe dicono che voteranno Sì i mafiosi, dovrebbero invece dire che voteranno Sì le decine di persone che loro hanno trattato come mafiose e che invece sono state assolte. Perché questa è la storia professionale dei nostri due eroi del No. L’elenco dei fallimenti dei blitz prodotti da Nicola Gratteri, ovviamente con l’accoglimento delle sue richieste da parte dei gip-gup, è ormai da libro di storia, partendo dal processo politico nei confronti di un Presidente di Regione, Mario Oliverio, fino al Presidente del consiglio regionale Domenico Tallini, al leader politico Lorenzo Cesa, a un numero sterminato di sindaci e amministratori locali, fino a inchieste dai suggestivi nomi di Stige, Basso profilo o Farmabusiness.
Per non parlare del risultato della sua creatura preferita, il Rinascita Scott, per celebrare il quale è stata costruita un’aula-bunker che viene segnalata lungo le strade calabresi con cartelli e frecce come fosse un hotel di lusso, e che al primo temporale si è resa inservibile. Un processo per cui si attende la Cassazione, ma che tra primo e secondo grado ha già prodotto circa il 39% di assoluzioni, cioè oltre un terzo di innocenti che erano stati ingiustamente arrestati.
Se a questi dati si aggiungono anche quelli sui risarcimenti per le ingiuste detenzioni e si calcolano i 220 milioni di euro che lo Stato ha sborsato negli ultimi 7 anni, vediamo che di questi ben 78 milioni sono stati versati in Calabria. Cioè il 35% di strafalcioni giudiziari e di arresti di persone innocenti si sono verificati su un territorio che ha 1 milione e ottocentomila abitanti. Chissà se Matteo Renzi, che avrebbe voluto, ma fu fermato dal presidente Giorgio Napolitano, avere Gratteri nel proprio governo come guardasigilli, aveva tenuto conto di questi successi. Sulla base dei quali possiamo stabilire, senza timore di sbagliare, che in Calabria molti “clienti” innocenti dell’ex procuratore di Catanzaro voteranno Sì al referendum. Chissà se era a questo tipo di “mafiosi” che il magistrato pensava, quando ha lanciato la sua provocazione.
Non gli è secondo Nino Di Matteo, che è nato nell’anno in cui Leonardo Sciascia ha dato alle stampe “Il giorno della civetta” e la cui carriera è da sempre targata come “antimafia”, anche se lui stesso non era ancora entrato in magistratura quando, era il 10 gennaio del 1987, lo scrittore di Racalmuto pubblicava sul Corriere della sera l’articolo sui “professionisti”. Di Di Matteo si dice sempre che era giovane, troppo giovane, quando entrò nei pool di pubblici ministeri che indagavano sulla strage di via D’Amelio e l’uccisione del giudice Paolo Borsellino. Sarà anche stato giovane, ma la bufala del falso pentito Enzo Scarantino se la è bevuta tutta. Eppure si trattò di una delle più colossali falsificazioni della storia, costruita a tavolino in un carcere dove si torturavano i detenuti. Tutti quelli che furono mandati in galera per quel delitto, una dozzina, e che ci rimasero finché non li liberò un collaboratore di giustizia vero, di nome Gaspare Spatuzza, voteranno Sì? Erano mafiosi o innocenti? Sicuramente non avevano partecipato all’uccisione di Paolo Borsellino, ma il dottor Di Matteo e gli altri pm antimafia non se ne erano accorti.
Così il processo era andato avanti fino al 2017, con la presenza della prestigiosa toga ormai non più così giovane. Ma sono storie ormai dimenticate, in fondo che rilevanza avrà quella dozzina di picciotti, che qualcosa di brutto nella vita avranno comunque fatto? Quello che è invece indimenticabile, altra vicenda da libri di storia, è il famoso processo di cui fu la principale vittima il generale Mario Mori, l’inchiesta che dipingeva un singolare affresco sulla “trattativa” tra lo Stato e la mafia negli anni novanta. Una vera disfatta per i “professionisti dell’antimafia”, quelle migliaia di pagine scritte dopo migliaia di giorni passati a costruire una sorta di riscrittura in salsa criminale della storia d’Italia. E vengono i brividi a pensare che lo stesso dottor Di Matteo, che sarà membro del Csm (dopo aver detto che in quell’ambiente si usavano metodi “para-mafiosi”) tra il 2019 e il 2023, avrebbe potuto esser chiamato a valutare le carriere di quei giudici che avevano bocciato la sua inchiesta.
Anche lui, proprio come Nicola Gratteri, non avrebbe disdegnato avere un ruolo politico, magari come ministro della Giustizia, in area del Movimento Cinque Stelle. Si sarebbe accontentato anche del ruolo di capo del Dap, la direzione delle carceri, e nel 2018 ce l’aveva quasi fatta, ma il suo amico Bonafede gli preferì Francesco Basentini. Allora lui, in più di una puntata tv da Massimo Giletti, cominciò a lasciare intendere che erano i “mafiosi” a fare pressioni perché il suo nome fosse emarginato. Un’accusa neanche troppo velata al ministro Bonafede di essersi lasciato ricattare. Mafioso anche lui, dunque? Ma i conti non tornano, visto che l’ex guardasigilli ha già annunciato che voterà No. Grande è il disordine sotto il cielo, disse il compagno Mao, ma la situazione è eccellente. Basterà che votino Sì tutte le vittime della cattiva giustizia, a partire da quelli assolti dopo esser stati accusati da procuratori come Nicola Gratteri e Nino Di Matteo.