L'analisi
La premier Giorgia Meloni
Che Giorgia Meloni sia una politica capace e non una comparsa portata sulla cresta dell'onda dalla corrente non lo ha capito solo chi non vuole capirlo a nessun costo. Nell'intervista di due sere fa a Sky la premier ha dimostrato di saper padroneggiare una situazione difficile, rispondendo a un affondo di Mattarella che prendeva di mira soprattutto, anche se non soltanto, il suo ministro della Giustizia Nordio e gli strafalcioni istituzionali a cui si è abbandonato in veste di testimonial del No.
La premier ha mostrato il suo volto più istituzionale. Si è detta d'accordo al 100% col capo dello Stato, rovesciando però con indubbia abilità i capi d'accusa. Ha ragione il presidente quando «dice che è importante che una istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe di natura politica».
Dunque l'organo di autogoverno della magistratura non deve essere preso di mira ma neppure deve sparare partecipando in veste ben poco istituzionale alla campagna elettorale.
È vero che non bisogna permettere che la campagna degeneri «in una lotta nel fango». Ma a spingere in quel senso usando «toni apocalittici sono quelli che hanno una difficoltà ad attaccare una riforma che in passato hanno per varie parti sostenuto e proposto» non «chi, come noi, ritiene di aver fatto banalmente una riforma di buon senso».
Infine la leader della destra ha sfruttato la circostanza per il suo appello al voto: «Più gente partecipa alle elezioni e più penso di aver fatto bene il mio lavoro. Ma credo che valga lo stesso per tutti i partiti politici».
L'astuzia è evidente. Il Sì, secondo un parere unanime, ha tutto da guadagnare da un'affluenza alta, il No tutto da perdere. Ma è difficile confutare chi chiede la partecipazione democratica e anche il No deve far finta di essere del tutto d'accordo pur augurandosi in realtà urne semideserte.
Giorgia Meloni in panni istituzionali è stata inappuntabile ed efficace. Ma non è facile coniugare quel piglio pacato con l'intemerata di 24 ore prima contro i magistrati rei di aver sentenziato a favore della nave Ong Sea Watch e le altre dello stesso genere.
Non si tratta di chiedersi quale sia la vera Meloni, se Giorgia l'istituzionale o Giorgia la Comiziante: sono vere entrambe e l'una o l'altra emerge a seconda delle circostanze e della platea di turno. Si tratta piuttosto di verificare se la premier, con tutta la sua capacità di tenersi in equilibrio, riuscirà a conciliarle in una circostanza come questa, quando entrambi gli aspetti le sono necessari.
Meloni deve motivare il suo elettorato e quello di destra, si sa, è un elettorato "pigro", a differenza di quello della sinistra, e che, in buona parte, si muove solo quando si sente direttamente coinvolto. Spingerlo verso le urne in nome di una oggettivamente complessa riforma non della giustizia, cosa che toccherebbe potenzialmente da vicino tutti e ciascuno, ma della magistratura, faccenda ben più astratta e distante, è quasi impossibile.
Perché la pancia sia coinvolta devono esserci in ballo quelle che per il popolo della destra sono priorità sempreverdi: immigrazione e sicurezza, cioè tolleranza zero. Per questo serve la Comiziante, a maggior ragione perché in realtà la riforma neppure sfiora quei fronti.
Ma la premier deve anche impedire che l'intero elettorato di sinistra favorevole al Sì passi dall'altra parte in nome della guerra santa, missione peraltro già in buona parte compiuta, deve rassicurare la parte moderata dell'elettorato di destra, che non è più esigua di quella incarognita, deve evitare gli strali del capo dello Stato e presentare la riforma in abiti quanto più civili e meno militarizzati possibile. Per questo serve la premier compita e istituzionale.
Probabilmente a questo punto, dopo il severo rimprovero di Mattarella e dopo una campagna elettorale che a oltre un mese dal voto ha già raggiunto punte di rara bassezza alla premier converrebbe far prevalere l'aspetto più ragionevole e moderato. Non è detto, anzi non è facile, che la controparte glielo permetta. Il No ha tutto l'interesse nell'alzare i decibel sino a farli diventare assordanti e a spostare lo scontro sul piano della battaglia in difesa della democrazia minacciata. Per il semplice motivo che la percentuale di elettori di sinistra che in assenza di condizionamenti approverebbero la riforma è più alta di quella che dall'altra parte la boccerebbe nonostante provenga dal proprio governo. È inevitabile che sia così, la separazione essendo all'origine una battaglia liberale e di sinistra. Dunque è nell'ordine delle cose che il No faccia il possibile per far perdere a Meloni un equilibrio già precario.