Mercoledì 18 Febbraio 2026

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Migranti

Ma Meloni non rinuncia allo scontro: la premier attacca ancora la magistratura

Nonostante il monito di Mattarella, il governo attacca il Tribunale di Palermo per il risarcimento alla Sea Watch. La premier evoca la "magistratura politicizzata", mentre la sentenza conferma l'illegittimità del fermo subito nel 2019

18 Febbraio 2026, 19:50

Ma Meloni non rinuncia allo scontro: la premier attacca ancora la magistratura

L’eco dell’appello alla pacificazione lanciato dal Presidente Sergio Mattarella non si era ancora spento quando, in serata, è arrivata la replica frontale di Giorgia Meloni. Attraverso il consueto video social, la premier ha riacceso il conflitto con la magistratura, prendendo di mira la sentenza con cui il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire la Ong Sea Watch con oltre 76mila euro per il fermo illegittimo della nave Sea Watch 3, risalente al giugno 2019.

I fatti ci riportano al duello tra l’allora comandante Carola Rackete e il Viminale, culminato nello sbarco forzato di 42 migranti a Lampedusa. La premier non ha usato mezzi termini: «Non più tardi di ieri ho commentato la surreale decisione della magistratura di condannare il ministero degli Interni a risarcire, con i soldi degli italiani, un immigrato irregolare con 23 condanne alle spalle che lo Stato aveva avuto l’ardire di trasferire nel Cpr in Albania per l’espulsione - ha dichiarato Meloni -. Una notizia vergognosa, ma che sembra una sciocchezza rispetto a quello che è accaduto oggi. Vi ricordate Carola Rakete, che nel 2019 speronò una motovedetta della Guardia di Finanza per portare con la nave che comandava degli immigrati irregolari in Italia? Non solo all’epoca Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa, ma oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole».

La premier ha poi sollevato un dubbio sulla funzione stessa dell'ordine giudiziario: «Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?». Meloni evoca lo spettro di una «parte politicizzata della magistratura pronta a mettersi di traverso» contro la difesa dei confini. Al coro di protesta si è unito Matteo Salvini, all’epoca titolare del Viminale: «Un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo. È la decisione, incredibile, di un tribunale. Il 22-23 marzo voterò SÌ al referendum per cambiare questa in(Giustizia) che non funziona».

Nonostante la moral suasion del Colle, la politica sceglie dunque la via dello scontro totale. Eppure, la sconfitta per l'esecutivo è tecnicamente bruciante: il risarcimento copre spese portuali, carburante e legali sostenute durante un sequestro illegittimo durato da luglio a dicembre 2019. Secondo i giudici, il silenzio-assenso del prefetto di Agrigento avrebbe dovuto interrompere il fermo ben prima dell'intervento del tribunale.

«Il risarcimento a Sea-Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti - dice la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi - mentre sulle novate italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo, invece di lavorare per evitare tragedie future, individua ancora una volta nelle Ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall'altra parte. C'è chi la chiama arroganza e chi giustizia. Alla nostra reazione - aggiunge - davanti all’annuncio del cosiddetto blocco navale, Fratelli d’Italia ha risposto con l’intimidazione: “Basta con l’arroganza di certe ong”. Eppure quella che loro definiscono arroganza è stata riconosciuta dai tribunali competenti come rispetto del diritto internazionale».

Le radici di questa decisione affondano nel decreto di archiviazione per Carola Rackete, dove si stabiliva che la comandante agì nell’adempimento del dovere di salvataggio. Il giudice chiarì allora che Tripoli non poteva essere considerato un porto sicuro, descrivendo condizioni di «detenzione arbitraria, torture e trattamenti disumani» per i migranti in Libia. La nave, con a bordo donne incinte e neonati, non poteva restare in balia degli eventi meteorologici in attesa di un’autorizzazione negata.

In merito al divieto di ingresso firmato nel 2019 da Salvini, Toninelli e Trenta, il magistrato fu netto: mancavano elementi per ritenere il passaggio della nave "non inoffensivo". La pericolosità dello sbarco era un presupposto «carente», basato solo sull'assenza di documenti dei naufraghi.

Tutto chiaro, allora come ora. Ma non per la politica, intenzionata, ora più che mai, a impedire alle Ong di salvare migranti.