L'analisi
SEDE PD
Ma cosa c’è, davvero, dietro il livore, l’ostilità, l’opposizione radicale e quasi totalizzante alla separazione delle carriere? Come si spiegano i No dell’Anm, che certo è il più leggibile, ma soprattutto dell’attuale opposizione di centrosinistra e di non pochi intellettuali, di una fetta così ampia di elettorato? Davvero basta la banalissima semplificazione secondo cui, giacché è una riforma di Giorgia Meloni, del “governo postfascista”, va soppressa a prescindere? Siamo a poco più di un mese e mezzo dal voto. Dal referendum della verità, per citare la copertina di un recente “Dubbio del lunedì”. Ed è il caso di cominciare a porsi interrogativi più profondi. A cercare risposte meno scontate.
Nel novembre scorso il “Corriere della Sera” ha pubblicato una doppia pagina sinottica con le brevi ma dense risposte di sei giuristi diversamente schierati sulla riforma. I sostenitori del No citati in quello speciale, Gaetano Azzariti, Ugo De Siervo e Andrea Pertici, convergevano di fatto su un unico chiaro motivo di opposizione: con la scissione dei due (eventuali) futuri Csm ma soprattutto con il sorteggio dei loro componenti, e di quelli togati in particolare, avremo un organo di governo della magistratura più debole nella dialettica con la politica, e quindi un’alterazione nel rapporto fra i poteri.
Già nell’immediato, da queste pagine rispondemmo che non si capiva per quale oscura e sottile ragione l’organo che dovrebbe semplicemente amministrare le carriere di giudici e pm (nel rispetto della loro indipendenza, certo) andrebbe inteso come un contraltare della politica, del governo o del Parlamento. Ma dove sta scritto? In quale esegesi dei lavori costituenti avete scovato un’intenzione del genere? Come vi salta in mente che gli organi costituzionali – la Camera e il Senato – designati dai “Padri” del 1948 quale espressioni della sovranità popolare dovrebbero avere un competitor, un contropotere, in un Consiglio della magistratura? Ma come potete mai solo pensarlo?
Ci si perdonerà la brutalità assertiva. Ma facciano fatica a capire. O meglio: capiamo benissimo. Sono anni, anzi, che abbiamo capito. È chiaro che la tesi temeraria secondo cui il Csm dovrebbe essere un argine, un interlocutore conflittuale della politica, deriva dalla tangente per la quale la nostra democrazia è partita con Mani pulite. È chiarissimo. È evidente che dietro una simile teoria permane l’idea di una magistratura – soprattutto di una magistratura requirente – preposta alla sorveglianza censoria nei confronti dei partiti. È scopertissimo l’equivoco per cui i pm dovrebbero essere un rimedio moralizzatore per quegli sporcaccioni che, invariabilmente, siedono in Parlamento.
Ora, che un’idea del genere si sia incistata in settori ampi dell’opinione pubblica, è non solo chiaro, ma anche comprensibile. Nel senso che la suggestione degli eroi in toga, del pool di Milano che “salva la democrazia” da quell’impunito di Silvio Berlusconi con l’editto televisivo contro il decreto Biondi, è un mito che non ti togli dalla testa. Non riesci più a rimuoverlo. Un po’ meno comprensibile è che, in una paradossale suggestione come questa, caschino con tutte le scarpe giuristi del calibro di Azzariti, De Siervo e Pertici. Ma magari, ci può essere una tale ostilità nei confronti della politica, e della politica “di destra” in particolare, da giustificare anche intellettualmente posizioni altrimenti insostenibili. Siamo pronti e “rotti” a tutto, ci mancherebbe.
Ma una cosa, proprio facciamo fatica a capirla: la posizione del Pd, del centrosinistra in generale ma della sinistra democratica in particolare. Come può, una forza politica che storicamente è nata per governare il paese, scommettere su una democrazia sotto tutela dei pm? Come può un partito erede di Berlinguer e di Moro consegnarsi come un prigioniero di guerra alla dittatura delle Procure? Perché mai un’intera storia e cultura politica concepisce davvero – perché temiamo sia davvero così, dalle parti del Nazareno – che un Csm dotato di “valenza politica” sia necessario, che sia un balsamo per la democrazia? Ma come potete pensarlo, pure voi?
Reiteriamo la domanda, ma stavolta in tono meno retorico. Perché l’abbraccio del Pd alle correnti, l’inchino del maggior partito dell’Italia progressista e democratica al lobbismo togato (di questo si tratta), è un po’ più complicato da spiegare. Sì, l’antiberlusconismo che si reincarna. Sì, certo, l’antimelonismo. Siamo tutti sempre accecati da qualcosa. Però qui siamo alla sindrome di Stoccolma. L’idea che un Csm decorrentizzato sia una ferita per l’equilibrio tra i poteri si spiega solo con la sindrome di Stoccolma. Dietro deve per forza esserci la convinzione che la democrazia dei partiti è intrinsecamente malata. Che serve una forza, la magistratura censoria e purificatrice, in grado di medicare quel male endemico, strutturale, irreversibile. Il che però vuol dire non avere fiducia in se stessi. Significa essersi convinti che lo stesso Pd, il proprio partito, non sarebbe comunque in grado di rappresentare gli italiani, la sovranità popolare appunto, in piena autonomia dal contraltare della magistratura organizzata.
Sfottono Carlo Nordio, che della riforma attesa al vaglio popolare è l’autore, per aver detto che un riequilibrio fra politica e magistratura servirà anche al centrosinistra, il giorno in cui tornerà al governo. Lo sfottono e gli rinfacciano il discorso. Ma nel farlo, non si rendono conto di dichiararsi prigionieri, per sempre. E di essere, come nella già citata sindrome, pure innamorati dei loro carcerieri.