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L'analisi

Meloni rivendica la riforma Nordio: un assist per Forza Italia

La frase: «Il cantiere sulla giustizia resti aperto». E Tajani incorona capogruppo il garantista Costa...

10 Aprile 2026, 08:44

Nordio lancia con Barbera e Greco (e con un libro) la sua campagna referendaria

Carlo Nordio, ministro della Giustizia

Più che ammettere la sconfitta, Giorgia Meloni rivendica i buoni motivi della riforma Nordio, e si rammarica per l’occasione persa. Anzi, sembrerebbe rilanciare: auspica che «il cantiere» della giustizia «non venga abbandonato, perché i problemi rimangono e abbiamo il dovere di trovare soluzioni», in nome di una «magistratura libera da condizionamenti politici e ideologici». Non è un programma, certo. Casomai una rivendicazione a posteriori.

Carlo Nordio, intercettato dai cronisti, accoglie con l’accenno di un sorriso i quesiti sulla politica giudiziaria di fine legislatura. Ma dettagli non ce ne sono. Né nella «informativa» della premier alla Camera e neppure nelle reazioni del guardasigilli. Non è detto che l’auspicio di Meloni per la sopravvivenza del “cantiere giustizia” annunci un effettivo rilancio del dossier. C’è sì un inciso, nella “informativa” resa dalla presidente del Consiglio, che un significato concreto, politico, lo assume davvero: Meloni parla della possibilità di andare avanti «in un clima di collaborazione» e «non certo contro la magistratura». Si riferisce alla nuova fase di via Arenula.

Al dialogo aperto dal ministro e dal suo vice Francesco Paolo Sisto. Al “tavolo” con avvocatura e Anm annunciato proprio da Sisto l’altro ieri, all’evento sul dopo referendum promosso da questo giornale insieme con il Cnf. Si può insomma dire che la premier ha conferito alla «mission possibile» del guardasigilli – e del viceministro che ne è il materiale esecutore – una sorta di benedizione, un imprimatur. In cosa possa poi tradursi, in concreto, la politica giudiziaria pre-elettorale è difficile dirlo. Ma visto che vanno esclusi strappi, tensioni e conflitti, una risposta può esserci nel commento, sollecitato dall’Ansa, di Giuseppe Tango, il neopresidente dell’Associazione magistrati, il quale, subito dopo il discorso di Meloni, ha richiamato le «urgenze» già indicate all’evento del Dubbio: la piena stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il processo e la riflessione sulla riforma del cosiddetto «gip collegiale». Sul resto è inutile fare ipotesi.

Ma certo, non si può tacere del tono con cui Meloni ha affrontato in Parlamento la sconfitta referendaria: non una resa né una rinuncia irreversibile. Ne ricava un segnale incoraggiante l’Unione Camere penali, che in un proprio comunicato accoglie «con favore» il passaggio della premier sul «cantiere della giustizia» e «l’invito a proseguire il confronto in uno spirito di collaborazione». Ma al di là di quanto il vertice del governo possa scommettere sulle riforme della magistratura in un futuro prossimo o anche in vista di un eventuale bis a Palazzo Chigi, il rilancio del dossier è un dato utile soprattutto a Forza Italia. Il partito guidato da Antonio Tajani è il solo da cui continuino ad arrivare rivendicazioni postume sulla separazione delle carriere. E il dato politico più rilevante delle ultime ore, nel centrodestra, è non a caso la nomina di Enrico Costa a nuovo presidente dei deputati berlusconiani.

Scelta subordinata ormai alle sole dimissioni del capogruppo uscente Paolo Barelli, non ancora formalizzate al momento di chiudere quest’edizione del giornale ma date ormai per certe. Tajani avrebbe dato l’ok all’investitura per Costa d’intesa con Marina Berlusconi. Scelta tutt’altro che banale, considerato che l’ex viceministro della Giustizia è certo fra i parlamentari più brillanti della pattuglia forzista, ma non si è mai distinto in particolari rincorse al potere. Si è sempre battuto per i princìpi più che per gli incarichi.

Ma la decisione di affidargli una delle “funzioni direttive” più importanti del partito certifica in maniera chiarissima come sia Tajani, sia Marina e Piersilvio Berlusconi (sempre in sostanziale accordo fra loro sulle indicazioni a Forza Italia) vogliano continuare a scommettere sulla giustizia e sul garantismo. Gli azzurri anzi puntano alla battaglia sulla giustizia come a un fattore di distinzione sempre più netta dagli alleati. Se n’era avuta prova dal movimentismo che lo stesso Costa e gli altri deputati berlusconiani della commissione Giustizia, a cominciare da Tommaso Calderone, avevano esibito dopo la vittoria del No: nessuna ritirata strategica ma rinnovati appelli alla riforma delle misure cautelari, per esempio.

Che FI continui a cercare nel garantismo la sintesi della propria diversità dal resto dell’alleanza, lo attesta il fatto stesso che tra le poche alternative a Costa si siano fatti i nomi non solo di una figura quotatissima come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (tra i più efficaci anche nella campagna referendaria) ma anche di un altro deputato attivo sulla giustizia come Pietro Pittalis. Adesso che Meloni ha di nuovo “sdoganato” le eventuali future riforme della magistratura, FI sa di potersi muovere senza il rischio di collisioni con Palazzo Chigi, ma anche col vantaggio di un primato garantista che né Fratelli d’Italia né la Lega potranno mai mettere in discussione.