Montecitorio
Camera dei deputati - Informativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’azione del governo
Nessun rimpasto, nessuna fase due, nessuna tentazione di dimettersi. Nell’informativa urgente alla Camera sull’azione del governo, Giorgia Meloni sceglie una linea netta e prova a chiudere tutte le letture sulla fragilità dell’esecutivo dopo il referendum sulla giustizia. La presidente del Consiglio rivendica una maggioranza «solida e coesa», assicura che il governo non si è mai fermato e promette di andare avanti fino alla fine naturale della legislatura.
Il messaggio politico è chiaro: il voto referendario non apre una crisi, non impone ripartenze e non cambia l’asse dell’esecutivo. Meloni trasforma l’Aula in una risposta diretta alle opposizioni e anche a quelle che definisce «alchimie di palazzo», rivendicando continuità, stabilità e una volontà di governo che non intende arretrare nemmeno in un quadro internazionale che la stessa premier definisce tra i più difficili possibili.
Il passaggio più esplicito della sua informativa riguarda proprio il destino del governo. «Si continua a parlare di rimpasti, fase due, alchimie di palazzo, un mondo distante anni luce da noi. Non c'è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato». E ancora: «Non c'è alcuna intenzione di fare un rimpasto».
La premier si spinge oltre e affronta direttamente anche il tema delle dimissioni. Ammette che «sarebbe convenuto sul piano tattico», perché avrebbe consentito di giocare la carta dell’effetto sorpresa o, nella peggiore delle ipotesi, di lasciare ad altri il peso dei mesi difficili che si profilano. Ma respinge questa ipotesi come estranea al metodo della sua maggioranza. «Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo».
Meloni usa toni di forte blindatura politica anche verso la propria coalizione. Rivendica una «maggioranza solida e coesa di cui vado fiera» e sottolinea che la fiducia chiesta al Parlamento il 25 ottobre 2022 «non è mai venuta meno». Un messaggio che serve a neutralizzare le ricostruzioni sulle tensioni interne e a mostrare la continuità dell’asse con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, che la premier ringrazia esplicitamente.
Non è un dettaglio. Nel quadro delle speculazioni politiche delle ultime settimane, Meloni prova a trasformare l’informativa in una prova di compattezza visiva e sostanziale. L’esecutivo, dice in sostanza, resta pienamente nel possesso delle sue funzioni e continuerà a governare senza arretrare di un passo.
La presidente del Consiglio parte però da una riflessione sul voto referendario del 22 e 23 marzo. Parla di «grande partecipazione popolare» e di «altrettanto grande polarizzazione», in un confronto che a suo giudizio non è stato sempre sviluppato sul merito. L’esito, però, viene definito comunque chiaro e rispettato. «Noi rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o con le nostre aspettative».
Questo non cancella, però, il giudizio politico del governo sulla riforma respinta. Meloni parla apertamente di «rammarico» per avere perso «un’occasione, a nostro avviso storica, di modernizzare l’Italia allineandola agli standard europei». E insiste sul fatto che la riforma della giustizia resti una necessità, richiamando anche le parole di magistrati e politici che, dopo avere sostenuto il no, avrebbero comunque riconosciuto l’esistenza di problemi profondi nel sistema.
Su questo punto la premier rilancia. «L’auspicio che formulo è che il cantiere della riforma sulla giustizia non venga abbandonato». A suo giudizio i problemi restano tutti sul tavolo: «la deriva correntizia», «lo strapotere di una parte della magistratura» e la necessità di un cambio di passo. Meloni prova così a sottrarre la riforma al perimetro referendario e a riproporla come una priorità politica che non deve essere archiviata.
La presidente del Consiglio specifica anche che il lavoro del governo non è «contro la magistratura», ma «a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici». È una formula che serve a ricostruire una legittimazione del percorso riformatore dopo lo scontro referendario e a tenere aperto il confronto sul tema.
Uno dei passaggi più marcatamente politici è quello rivolto ai banchi dell’opposizione. «Vi sfido a un dibattito nel merito, nel merito». Meloni elenca i temi sui quali chiede un confronto diretto: crisi internazionale, approvvigionamento energetico, ruolo dell’Europa, utilizzo delle risorse e protezione dell’economia italiana in un contesto globale sempre più instabile.
La premier sostiene che lo scenario in corso non consenta più a nessuno di cavarsela attribuendo ogni problema al governo. E richiama l’opposizione a dimostrare di potersi presentare come una reale alternativa di governo. Il senso del passaggio è evidente: usare la fase di difficoltà internazionale per ribaltare la pressione politica, chiedendo agli avversari di esibire proposte e non solo critiche.
Ampio spazio dell’informativa viene dedicato alla crisi in Medio Oriente. Meloni parla di una «flebile prospettiva di pace» dopo il cessate il fuoco temporaneo tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati nel conflitto iniziato il 28 febbraio. Esprime plauso al presidente del Pakistan Sharif per il ruolo negoziale e auspica che i colloqui in partenza a Islamabad possano rafforzare i punti generali dell’accordo.
Ma la premier avverte che la tregua resta fragile e che qualsiasi violazione deve essere condannata con fermezza. Le priorità italiane ed europee, elenca, restano la cessazione permanente delle ostilità, lo stop agli attacchi verso i Paesi del Golfo, la fine delle operazioni militari in Libano, la rinuncia dell’Iran al programma nucleare e il pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz.
Proprio Hormuz è uno dei passaggi più sensibili del discorso. Meloni avverte che se l’Iran riuscisse a ottenere la facoltà di applicare extra-dazi ai transiti nello stretto, le conseguenze economiche e commerciali potrebbero diventare «imponderabili». Per questo definisce prioritario per l’Italia e per i partner europei e occidentali che la libertà di navigazione venga ripristinata «alle condizioni precedenti al 28 febbraio».
L’obiettivo dichiarato è normalizzare i mercati energetici, delle materie prime critiche, dei fertilizzanti e di altri prodotti essenziali. In questo quadro, Meloni annuncia che l’Italia è già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre trenta Paesi, per costruire condizioni di sicurezza e pieno ripristino della libertà di navigazione e approvvigionamento.
Un altro fronte aperto riguarda il Libano. La nota richiamata dalla premier definisce «del tutto inaccettabile» che il personale italiano sotto bandiera Onu venga messo a rischio da azioni irresponsabili, in violazione della risoluzione 1701. Meloni attende chiarimenti da Israele e richiama con nettezza la necessità di tutelare il contingente italiano e l’intera missione Unifil.
Nello stesso tempo, la premier definisce irresponsabile la scelta di Hezbollah di trascinare il Libano nel conflitto, ma aggiunge che i continui attacchi israeliani nel Paese, con morti e sfollati, devono cessare immediatamente. È un equilibrio che prova a tenere insieme la critica a Hezbollah e una richiesta altrettanto netta di fermare l’escalation israeliana in territorio libanese.
Meloni allarga poi il discorso al quadro strategico euro-atlantico. Sostiene che l’amministrazione Trump abbia accelerato una traiettoria già avviata dalle precedenti amministrazioni americane: spostare progressivamente l’attenzione dall’Europa all’Indo-Pacifico e alla competizione con la Cina. A suo giudizio, le leadership europee del recente passato non hanno saputo leggere per tempo questa linea.
Da qui la conseguenza politica: l’Europa deve saper adeguare la propria capacità di difesa e non può restare dipendente dagli alleati americani. La premier usa questo argomento per difendere investimenti più robusti sulla sicurezza e per rilanciare la necessità di un’Europa «più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica».
La presidente del Consiglio anticipa anche una delle critiche che immagina arriveranno dalle opposizioni, quella della subalternità a Trump o della necessità di scegliere tra Stati Uniti ed Europa. La sua risposta è che la collocazione internazionale dell’Italia non nasce con questo governo ma è la stessa da circa ottant’anni. In sostanza, Meloni prova a sottrarre il posizionamento italiano all’accusa di oscillazione, presentandolo come continuità storica dentro il perimetro occidentale.
La chiusura politica dell’informativa è coerente con l’impianto iniziale. Non servono nuove linee programmatiche, dice Meloni, perché quelle del governo sono già scritte nel programma con cui la maggioranza ha ottenuto la fiducia nel 2022. Non c’è alcuna fase due, tre o quattro: il governo prosegue lungo le stesse direttrici, con la stessa coalizione e con la stessa pretesa di stabilità.
Il messaggio finale è rivolto agli italiani prima ancora che alle opposizioni: «Il Governo c'è, nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio fino all’ultimo giorno del suo mandato». E ancora: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo. Governeremo, come fanno le persone serie».