Tensioni
GIORGIO MULE' POLITICO
Giorgio Mulè respinge con durezza ogni accostamento al collaboratore di giustizia Gioacchino Amico e accusa Il Fatto Quotidiano di aver costruito «un’altra porcheria» ai suoi danni, inserendolo in quello che definisce il «registro degli infangati». Il vicepresidente della Camera e deputato di Forza Italia affida a una lunga nota una replica molto aspra alla pubblicazione di un’intercettazione del 1° marzo 2021, nella quale, secondo quanto riferisce, Amico avrebbe detto a un interlocutore di conoscerlo e di aver parlato con lui dopo la sua nomina a sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi.
Mulè sostiene di non essere indagato, di non essere coinvolto in alcuna inchiesta e di non essere neppure sfiorato da sospetti giudiziari. Proprio per questo giudica ancora più grave il fatto che il suo nome venga messo in connessione con un’indagine su mafia e politica. Nella sua ricostruzione, l’utilizzo giornalistico di quell’intercettazione produce un effetto preciso: gettare ombre pubbliche su una persona che non risulta oggetto di contestazioni penali.
L’esponente di Forza Italia apre la sua dichiarazione con un tono fortemente polemico e personale. «Stamattina alle 5 ho svegliato il mio avvocato. Sapevo che sarebbe stata pubblicata su un giornale una porcheria, un’altra, che mi riguardava e ho atteso di leggerla». Da qui parte l’attacco al meccanismo che, a suo dire, colpisce chi finisce nel «registro degli infangati», cioè persone che non risultano indagate né coinvolte formalmente in procedimenti giudiziari ma che vengono comunque travolte da «colate di fango».
Secondo quanto riferisce Mulè, il punto da cui nasce la nuova polemica sarebbe un’intercettazione risalente al 1° marzo 2021, nella quale Gioacchino Amico, indicato come mafioso e oggi collaboratore di giustizia, avrebbe detto di conoscerlo e di aver parlato con lui. Il vicepresidente della Camera sottolinea però di non avere diretta cognizione degli atti e di limitarsi a ciò che sarebbe stato riportato dal giornale.
Il dato su cui insiste è che quell’intercettazione sarebbe rimasta per cinque anni «nei cassetti della Procura di Milano», segno, secondo lui, della sua irrilevanza investigativa e dell’assenza di necessità di approfondimenti. Il fatto che emerga oggi, a distanza di tempo, viene interpretato da Mulè come la prova di un utilizzo giornalistico finalizzato a costruire un caso pubblico più che a raccontare uno sviluppo giudiziario.
La parte più netta della nota è la smentita di qualsiasi rapporto con Gioacchino Amico. «Non sono “amico” di Amico, ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla».
Mulè aggiunge di avere ignorato perfino l’esistenza di Amico fino a quando non lo ha visto sui giornali in un selfie usato, a suo dire, contro Giorgia Meloni. È un passaggio che serve a marcare una distanza assoluta, non solo sul piano politico ma anche su quello personale, da qualsiasi ipotesi di frequentazione o relazione.
Il vicepresidente della Camera contesta con forza anche il fatto che il suo nome venga inserito dentro una narrazione su «mafia e politica». Nella sua ricostruzione, il giornale arriverebbe a parlare di lui come inserito in una «rete» del boss o addirittura come «amico del mafioso pentito». Accostamenti che Mulè bolla come «fango allo stato puro».
Nella parte finale della nota, Mulè collega l’episodio anche al clima seguito alla campagna referendaria sulla giustizia. Sostiene di essersi battuto per la riforma dell’ordinamento giudiziario sapendo che, qualunque fosse stato l’esito, ne avrebbe pagato le conseguenze sul piano personale e politico. Per questo interpreta quanto accaduto come una sorta di conto presentato da avversari «in toga o armati di penna».
Il parlamentare cita anche una «recentissima» vicenda che vedrebbe protagonista la Procura di Roma e che considera un altro antipasto dello stesso schema. Ora, dice, «dopo l’antipasto di Roma ora è la volta di Milano». Una formula con cui prova a saldare casi diversi dentro un’unica lettura: quella di una pressione continua esercitata contro di lui per il ruolo politico assunto sul terreno della giustizia.
La chiusura della nota è affidata a un linguaggio di sfida e resistenza. Mulè parla di «barbarie di un sistema» che nel suo caso produrrebbe una notte insonne e pochi altri fastidi, ma che in altri potrebbe «deviare, divorare e rovinare la vita di persone perbene». E conclude con una promessa di tenuta personale e politica: «Io non mi muoverò di un millimetro e li farò annegare in quel pantano dove, ancora una volta, provano a stare a galla».