Mercoledì 18 Febbraio 2026

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Il "blitz" del Capo dello Stato

«Tra politica e Csm serve rispetto»: Mattarella dice basta

Il Capo dello Stato interviene in plenum per difendere il Consiglio ma anche per chiedere a tutti toni più civili

18 Febbraio 2026, 10:19

18:32

«Tra politica e Csm serve rispetto»: Mattarella dice basta

Il Presidente Sergio Mattarella presiede l'Assemblea plenaria del Consiglio Superiore della Magistratura

In undici anni di permanenza al Quirinale, non era mai accaduto. Sergio Mattarella, per indole e stile, ha sempre preferito il silenzio operoso delle stanze del Colle o i discorsi ufficiali, evitando di occupare fisicamente gli scranni di Palazzo Bachelet se non per cerimonie solenni e straordinarie. Eppure, di fronte a una tensione istituzionale che ha rischiato di trasformarsi in una collisione senza ritorno, il Capo dello Stato ha deciso di varcare la soglia del Consiglio superiore della magistratura per presiedere l’avvio del plenum ordinario.

Non è stata una visita di cortesia, ma un atto di protezione costituzionale dopo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è riferito al Csm come sistema para-mafioso. Il gesto del Presidente è stato, in primis, uno scudo sollevato a difesa dell’istituzione. Ma ridurre la sua presenza a una mera operazione di tutela corporativa sarebbe un errore di prospettiva. Il messaggio di Mattarella è stato un monito bilaterale, un richiamo chirurgico a un confronto più sereno, fondato sul rispetto dei ruoli e, soprattutto, sulla consapevolezza che ogni potere dello Stato - magistratura inclusa - resta per sua natura criticabile. Ma la critica, ha ricordato a tutti, non può e non deve mai trasbordare nella delegittimazione sistematica.

L’intervento, del tutto inedito, giunge a valle di settimane dominate da un clima di resa dei conti che ha riportato il Paese ai tempi bui dello scontro frontale tra politica e toghe. In questo scenario, le parole pesanti di Nordio - che hanno provocato la reazione compatta e irritata di venti consiglieri del Csm - si sono sommate a quelle, altrettanto ruvide, del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Quest’ultimo, in un intervento che ha fatto discutere, aveva suggerito come il fronte del Sì al prossimo referendum sulla giustizia sarebbe stato il naturale approdo di criminali e centri di potere opachi.

Sono state queste cadute di stile incrociate a esacerbare un dibattito già asfittico e di basso livello, spingendo Mattarella, da tempo sollecitato da più parti a intervenire, a dire finalmente basta. L’incipit del suo discorso ha sottolineato la gravità del momento attraverso l’eccezionalità della propria presenza. «Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio - ha esordito -. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione».

In queste poche righe si concentra il nucleo della missione quirinalizia: ristabilire il decoro. Tuttavia, il monito non si è esaurito in una difesa d’ufficio. E infatti Mattarella ha chiarito che il Csm non è affatto un corpo immune da «difetti, lacune, errori», né tantomeno un’area franca sottratta alla dialettica democratica. Ha ribadito che il potere giudiziario, al pari del legislativo e dell’esecutivo, deve accettare il vaglio della critica, purché questa non si trasformi in aggressione. Il passaggio chiave della sua riflessione ha riguardato proprio la natura delle istituzioni: il Consiglio superiore deve rimanere «rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica». È difficile non leggervi un richiamo, pur garbato, anche ai recenti “comizi” tenuti da alcuni consiglieri togati nelle varie corti d’appello in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, interventi che spesso hanno tracimato nel campo della polemica partitica.

Agendo più come garante della Repubblica che come capo “tecnico” del governo autonomo delle toghe, Mattarella, secondo quanto trapela, ha anche voluto blindare politicamente la linea di fermezza del vicepresidente Fabio Pinelli. È noto che il Colle abbia molto apprezzato lo stile e le parole usate da Pinelli nei giorni scorsi per difendere l’onorabilità del Consiglio. E profondamente preoccupato dal clima, ha scelto la via della pacificazione istituzionale. La sua presenza, già paventata nella serata di martedì e formalizzata all’alba di oggi, resterà un fatto storico della sua presidenza, un punto di non ritorno che definisce il limite oltre il quale lo scontro tra poteri non può spingersi senza minare le basi della convivenza democratica. Prima di presiedere il plenum, Mattarella si è intrattenuto in un colloquio privato con Pinelli.

Sebbene la conversazione sia rimasta rigorosamente riservata, l’effetto plastico è stato quello di una linea comune tra il vertice formale e quello sostanziale del Csm. Non serviva la presenza di un Presidente del Consiglio superiore impegnato in tecnicismi burocratici; serviva un Capo dello Stato che andasse a “mettere i sigilli” alla pace istituzionale, quella che, con chiarezza, ha preteso. Il suo appello finale - «più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica», appunto - è risuonato come un ordine di scuderia: «Rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica».

L’accusa di Mattarella è, in ultima analisi, bipartisan. È una raccomandazione ad alzare il livello di un dibattito che oggi vede quotidianamente attacchi sguaiati alla magistratura da parte della politica e, di riflesso, accuse pesanti delle toghe al governo. Solo ventiquattr’ore prima, la premier Giorgia Meloni era tornata a scagliarsi contro una «parte della magistratura politicizzata» colpevole di ostacolare l’esecutivo sui temi dell’immigrazione, mentre dalle fila dell’opposizione Andrea Orlando evocava uno «sfregio alla Costituzione» con chiaro intento punitivo contro i magistrati. Sono queste le tossine che Mattarella auspica di vedere sparire.

Le reazioni della politica, arrivate a stretto giro, hanno mostrato un unanime - seppur a tratti strumentale - apprezzamento. Il ministro Nordio ha immediatamente raccolto l’invito, parlando di «rispetto vicendevole» e promettendo una dialettica referendaria «sana, pacata e rispettosa». Angelo Bonelli di Avs ha sottolineato come Mattarella abbia esercitato pienamente il ruolo di garante dopo le «delegittimazioni gravi» subite dal Csm. Francesco Boccia, per il Pd, ha ringraziato il Presidente per aver riportato il confronto nei binari corretti. Anche Giuseppe Conte, leader del M5S, ha ammesso che il livello di guardia era stato superato, esortando tutti a un voto informato e sereno sul referendum. Sul fronte della maggioranza, il viceministro Francesco Paolo Sisto ha invitato i sostenitori del Sì e del No a smettere di «tirarsi sciabolate», mentre Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha colto l’occasione per ribadire che la riforma serve proprio a rendere il Csm libero dalle correnti, in linea con gli obiettivi evidenziati dal Capo dello Stato.

Tuttavia, non appena l’auto presidenziale ha lasciato Palazzo Bachelet, la realtà ha ripreso prepotentemente il sopravvento. A rompere l’incanto della pacificazione ci ha pensato il togato indipendente Andrea Mirenda, che con cruda onestà ha evidenziato come, dietro le solenni parole della mattina, il “nominificio” del Consiglio non si sia affatto fermato. «Le proposte contrapposte di oggi dimostrano quanto sia stato accolto l’invito del capo dello Stato - ha denunciato Mirenda -. In breve, ognuno ha votato il suo, secondo logiche di mesta sodalità. A pagarne le conseguenze, tra gli altri, oggi è la Scuola superiore della magistratura, dilaniata da contese interne a fini di egemonia. In ballo il potere di condizionamento dei giovani magistrati». Insomma, pacificazione sì, ma ipocrisia no.