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Era il 17 febbraio ‘92: Chiesa fu arrestato. Nacque il metodo Ghitti

A un mese dal voto del 22 marzo, le posizioni degli ex pm e giudici di Tangentopoli spaccano il fronte storico della magistratura

17 Febbraio 2026, 09:08

Era il 17 febbraio ‘92: Chiesa fu arrestato. Nacque il metodo Ghitti

Chiesa

Come voterebbero, come voteranno, al referendum del 22 marzo gli “eroi” in toga di Mani Pulite? Il 17 febbraio del 1992 avevano arrestato Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, e da lì era cominciato tutto. Un po’ rivoluzione, un po’ colpo di Stato, e i termini “tangentopoli” e “mani pulite” sono entrati nel vocabolario. I procuratori e i giudici delle indagini preliminari di allora hanno continuato a fare storia, tutti più o meno famosi, tutti più o meno vincenti.

Se li mettiamo in squadra, in una ipotetica San Siro dove si svolge la partita del SI e del NO referendario sull’ordinamento giudiziario e la separazione delle carriere dovremmo, a rigore di logica e appartenenza di casta, collocarli tutti da una stessa parte. Quella della categoria più corporativa che si sia mai vista, i magistrati. Quella, soprattutto per quel che riguarda la Milano dei primi anni novanta, in cui le carriere erano più che unite, erano inseparabili come i corpi dei gemelli siamesi. E chissà se il risultato di questo referendum del 22 marzo sarà un buon bisturi per recidere quello che la “natura” ha unito.

Nel caso dell’unicità tra giudici e procuratori, cioè funzione giudicante e funzione requirente, è stato il fascismo a volerla. E non è un caso che ancora oggi quella sia la caratteristica dei paesi a regime totalitario. Con l’eccezione, nel mondo occidentale, della Francia, dove però l’operato del pubblico ministero è controllato dal ministro di giustizia. Come funzionavano i gemelli siamesi ai tempi di Mani Pulite lo ha spiegato, proprio sul Dubbio, uno che allora era gip, Guido Salvini (che forse voterà SI), denunciando il metodo della numerazione unica del fascicolo dove ogni indagine andava a cascare e che veniva assegnato sempre allo stesso gip, Italo Ghitti (che forse voterà NO). Era il giudice di cui ricordiamo il famoso appunto inviato al pm Antonio Di Pietro, in cui gli consigliava di mutare il capo di imputazione nei confronti di un certo indagato per ottenere un certo risultato.

Ma è proprio Di Pietro, il quale non solo voterà SI, ma che è addirittura frontman del comitato “SIsepara” della Fondazione Einaudi, a spingersi più in là di quanto raccontato da Guido Salvini. Lo fa nella pubblica presentazione, alla Camera dei deputati, dell’inizio della campagna elettorale referendaria. Spiega, colui che fu il magistrato più amato e popolare d’Italia (dottor Gratteri, si rassegni, non lo sarai mai abbastanza), con un consenso del 98% tra i cittadini, quale era, in generale, il meccanismo. La cosa è così, dice. Tu gip ricevi dal pm il fascicolo con le richieste, magari al termine di indagini lunghe e importanti. Ti ritrovi tra le mani migliaia di pagine, ci sono intercettazioni, pedinamenti, e ricerche varie. A quel punto ti chiedi, ma chi e lo fa fare di mettermi contro e di studiare tutto questo malloppo? Ma che se la sbrighino quelli del dibattimento! Se ci sarà da assolvere ci penseranno loro. E rinvii a giudizio. Infatti succede proprio così, con il 40% di assoluzioni in processi spesso inutili.

Possiamo chiamarlo “meccanismo pigrizia”? O non invece qualcosa di più grave, quella vicinanza tra due soggetti che in fondo si vogliono bene perché sono nati e cresciuti nella stessa cucciolata, hanno superato con orgoglio lo stesso concorso e non hanno nessun motivo per prendere le distanze gli uni dagli altri? Possiamo chiamala complicità? Antonio Di Pietro ha vissuto ruoli diversi, dopo aver lasciato la toga nel 1994, è entrato in politica e oggi è avvocato, due ruoli che certamente hanno affinato la sua sensibilità e l’hanno aiutato a spezzare il corporativismo che è la seconda pelle di quelli che indossano la toga “giusta”, che è quella del giudice-accusatore e mai quella del difensore. Ma soprattutto l’ex pm è stato anche imputato, ed è questo che fa la vera differenza. Soprattutto quando, dopo le sofferenze, vieni assolto e diventi una delle tante vittime dell’ingiustizia.

Condizione simile a quella di un atro ex magistrato di Mani Pulite, Andrea Padalino, che era un giovanissimo gip del gruppo milanese di allora. Anche lui “complice” della carriera unica degli anni di tangentopoli. Non era scontato il fatto di ritrovarlo schieratissimo per il SI, ma è così. Non possiamo proprio dire che questo magistrato ancora in servizio abbia avuto giustizia piena, nonostante l’assoluzione.

Intanto perché l’inchiesta, che nasce prima come gogna, su di lui era cascata a fagiolo sulla sua carriera, proprio mentre aveva avanzato richiesta al Csm per il posto di procuratore capo di Alessandria, dove oggi siede Cesare Parodi, il presidente del sindacato dei magistrati. Ma anche perché il Csm era intervenuto con un trasferimento nonostante l’assoluzione. E infine perché un suo esposto, accolto dalla gip di Brescia e trasferito a Milano, nei confronti dei magistrati che lo avevano indagato e da lui accusati di aver occultato prove a suo favore, era stato alla fine archiviato con motivazioni surreali. E questo è uno degli argomenti, l’inesistenza della mitica ”cultura della giurisdizione” del pm che svolge anche indagini a favore dell’indagato, che convincono Andrea Padalino addirittura a impegnarsi di persona nella campagna per il SI.

Anche per il superamento delle correnti, tiene a precisare, lui che non ne ha mai frequentata nessuna, con la divisione in due del Csm, l’elezione per sorteggio e la separazione tra organi amministrativi e quello giurisdizionale dell'Alta Corte. Schieratissimo per il NO è invece un altro ex pm di punta di Mani Pulite, Gherardo Colombo. Anche lui, come Di Pietro, ha lasciato la magistratura da molti anni, ma al contrario dell’ex collega, è uno che non riesce a dire “ho sbagliato”. Anzi, in recenti interviste, ha sciorinato gli argomenti preferiti della campana per il NO, come la certezza, di pura fantasia politica, che con la vittoria del SI il pubblico ministero finirà sotto il tacco del governo. Rimane comunque il più politico di tutti, Gherardo Colombo.

Lo ricordiamo tirare un siluro alla Bicamerale di Massimo D’Alema, nel cui programma era prevista proprio la separazione delle carriere, con un’intervista al Corriere dal titolo “Le riforme ispirate dalla società del ricatto”. Possiamo affiancarlo nel NO ai due suoi ex colleghi caduti in disgrazia, Fabio De Pasquale, condannato proprio per aver sottratto, nel processo Eni, prove a favore degli imputati, e il finto “dottor sottile”, Piercamillo Davigo, altro condannato per una certa disinvoltura nella diffusione di carte riservate, la cui cultura da santa inquisizione è sempre andata nella direzione opposta allo stesso processo accusatorio. Non possiamo invece attribuire il NO a coloro che non ci sono più, Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio, in quanto, con l’ottimismo della volontà, pensiamo che negli anni successivi a quelli del loro abbandono della vita, avrebbero potuto cambiare idea. E magari votare un bel SI convinto.