L'analisi
Jacques Moretti e la moglie
Dichiarare guerra alla Svizzera? Naturalmente è una battuta, un po' come quella di Marco Travaglio che se la gode perché, dopo aver speso la sua vita giornalistica a invocare manette per tutti, ha occasione di fare le boccacce, come un bambino dispettoso, ai “garantisti manettari”. Che sarebbero in particolare la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli esteri Antonio Tajani.
L’iniziativa del governo italiano, che ha fatto proprie la commozione e la rabbia delle famiglie delle vittime del tragico capodanno di Crans-Montana e si è spinto fino al richiamo dell’ambasciatore italiano a Berna dopo la decisione di un tribunale garantista di levare le manette a un indagato, è un unicum nella storia delle più travagliate vicende giudiziarie dei nostri tempi. Quel che è successo nella notte dell’ultimo dell’anno nella nota e sofisticata località del turismo di montagna, lo ricordiamo tutti come data che resterà indimenticabile: un incendio “colpevole” al Constellation, locale di proprietà dei coniugi Jacques e Jessica Moretti, con 40 ragazzi morti per ustioni e intossicazione e 116 feriti, tra cui alcuni gravissimi.
L’Italia ha pagato un prezzo alto, con 6 ragazzi deceduti e 14 ancora ricoverati. Sono figli e nipoti di tutti noi, e solo il pensiero che la tragedia avrebbe potuto essere evitata se i controlli fossero stati compiuti e non ci fossero state le gravi irregolarità nel sistema di sicurezza del locale, fa digrignare i denti anche ai più miti garantisti.
La procura cantonale indubbiamente non ha agito con la celerità, e neppure gli esibizionismi mediatici, cui siamo abituati in Italia. La procura ha rispettato alla lettera l’articolo 221 del codice di procedura penale, sulla base del quale non è prevista la carcerazione preventiva nei casi di reati “colposi” come quelli per cui sono indagati i coniugi Moretti. Gli unici rischi previsti sono il pericolo concreto di fuga dell’indagato, l’inquinamento delle prove o la minaccia imminente per la sicurezza altrui da parte di persona che abbia già messo in pratica comportamenti particolarmente pericolosi.
Non esiste una vera previsione di reiterazione del reato, come nel codice di procedura italiano da tempo messo in discussione a causa della sua dubbia costituzionalità. Per tutti questi motivi nella prima settimana di gennaio la procura, che in Svizzera è il solo dominus delle indagini, non esistendo la figura del giudice istruttore né quello delle indagini preliminari, non aveva ritenuto di disporre misure cautelari in carcere.
Ma la stampa italiana ha fatto il finimondo, quasi istigando i familiari delle vittime, comprensibilmente arrabbiati dopo che era emerso il fatto che in quel locale non esisteva nessuna uscita di sicurezza, che gli spazi per entrare e uscire dal bar erano stati addirittura ridotti, che la capienza era sovrastimata e che non c’era nessun controllo su comportamenti pericolosi come quello dei giochi pirotecnici sulle bottiglie di champagne spinti fino al soffitto. Il quale, altro grave elemento di pericolo, era ricoperto da una sostanza gommosa non ignifuga.
Tutta questa sacrosanta indignazione portata alle stelle da un circo mediatico cui i compassati svizzeri con la loro regola d’oro del rispetto dell’individuo, non erano abituati, ha prodotto un “dagli all’untore” che ha trasformato i coniugi Moretti nei colpevoli sicuri da tenere rinchiusi. E la giustizia svizzera come opaca e sospetta perché non li arrestava. Per nove giorni i due indagati non si sono sottratti a nessun controllo. Non sono scappati.
Non sappiamo se abbiano inquinato prove o condizionato qualche potenziale testimone, poiché nulla di ciò è emerso. Ma alla fine la procuratrice è stata quasi costretta a mettere le manette, quando meno all’uomo, lasciando che la moglie restasse a casa con i due bambini piccoli.
In un sistema giudiziario che tutela vittime e insieme anche i diritti degli indagati. Ma il clima monta e la rabbia diventa collettiva. Così succede che, quando Jacques Moretti, dopo lunghe ore di estenuanti interrogatori e dopo che un amico versa per lui 200.000 franchi (216.000 euro) di cauzione, viene scarcerato, il grido di protesta è pari a quello che ci si aspetterebbe se un capo mafia accusato di diversi omicidi fosse stato assolto. Ma in questo caso non ci sono ancora assoluzioni né condanne. E neppure anticipazioni di pena, come sottolineato dai giudici del tribunale di Sion, che hanno preso la decisione.
Ancora una volta applicando le previsioni del codice di procedura penale e le misure cautelari previste nei casi di reati colposi: il ritiro dei documenti e il divieto di espatrio. Poiché i coniugi Moretti non sono scappati prima, si suppone non lo facciano in seguito. Inutile quindi il braccialetto elettronico. Sempre normale per la sobria normalità svizzera, il Paese che tutela gli arrestati e le vittime fino a vietare, salvo casi eccezionali, la pubblicazione dei loro nomi. Ma succede l’imprevedibile. Con il governo italiano, nei suoi massimi vertici, premier e ministro degli esteri, che intervengono sia sul piano politico che su quello giudiziario. Comportamenti davvero sconcertanti.
Prima di tutto perché si rivolgono alla procuratrice del cantone Vallese, Béatrice Pilloud, che cortesemente fa notare come la decisione del cambiamento delle misure cautelari sia stata un provvedimento non del suo ufficio, ma del tribunale delle misure coercitive di Sion. E poi sul piano politico, con il richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano a Berna Gianlorenzo Cornado, che viene incaricato di chiedere conto alla magistratura delle sue decisioni. Grande è l’imbarazzo sul piano politico oltralpe. Si fa sentire il ministro della giustizia Ignazio Cassis, che usa i social per mostrare vicinanza al popolo italiano e alle sue vittime.
Ma spetta poi al presidente della confederazione elvetica Guy Parmelin il compito di spiegare a Meloni e Tajani come nel suo Paese, nel rispetto della separazione dei poteri, la politica non debba interferire nell’autonomia della magistratura. Che lezione! Ma avevamo davvero bisogno che arrivassero gli svizzeri a spiegarci principi che, prima ancora che da Montesqieu, noi avevamo appreso dal codice giustinianeo? Silenzio comunque in Italia, sia dalle opposizioni politiche, cui la richiesta di manette va evidentemente sempre bene, che dall’Anm, che ha la sua gatta da pelare dopo la gaffe del suo segretario Rocco Maruotti.
Solo le toghe di Magistratura Indipendente criticano il ministro Tajani per una sorta di danno collaterale. Perché, mentre lui continuava a definirsi “ipergarantista”, ma chiedendo una sorta di legittima suspicione per far trasferire l’inchiesta di Crans a un altro cantone svizzero, coglieva l’occasione per preannunciare una nuova proposta di riforma, quella di sottrarre al pm il controllo della polizia giudiziaria. Un altro pollice verso da parte delle toghe, persino quelle della corrente più moderata.