Direte che ci sono state campagne elettorali peggiori. Sì, forse. Ma la battaglia per il referendum sulla giustizia viaggia spedita verso la galleria degli orrori. Solo per dirne una: domani al Tar del Lazio si celebra un’udienza per decidere se non sia il caso di congelarlo addirittura, il voto sulla separazione delle carriere. I giudici ascolteranno i legali dei “volenterosi”, promotori della raccolta firme che nelle prossime ore finirà davanti alla Cassazione e del conseguente ricorso. Il Consiglio dei ministri e il successivo dPR, dicono i ribelli “apprezzati” dall’Anm, non avrebbero dovuto fissare le date della consultazione per il 22 e 23 marzo.
È insomma in dubbio la chiamata stessa dei cittadini alle urne. Ma non c’è da stupirsi. Sono almeno trent’anni che le campagne elettorali vengono avvelenate dall’uso politico della giustizia. Figurarsi che poteva succedere con un referendum che ha proprio la giustizia come oggetto. Tanto più che in ballo c’è la sopravvivenza delle correnti Anm. È la vera posta in palio. E sono le correnti, dopo essere state bersaglio – ingiustamente, il più delle volte – delle reazioni politiche alle indagini, a sentirsi ora vittima di un “complotto”, che si realizzerebbe col “divorzio” fra giudici e pm e, soprattutto, con il sorteggio. La riforma di Carlo Nordio, dicono le toghe, è nient’altro che una “vendetta”.
E così, in un clima più avvelenato che mai, ci sono gli attacchi al guardasigilli, a cominciare dalle accuse per il fantomatico piano (evocato da “Report”) che punterebbe a spiare i magistrati. In realtà la puntata del programma di approfondimento Rai è stata stemperata dalla premessa con cui il conduttore Sigfrido Ranucci ha accantonato l’ipotesi del software spia (come riferito più ampiamente in altro servizio del giornale, ndr). Ma comunque la miccia è stata accesa. E con un comunicato diffuso stamattina, l’Anm ha insisto nel chiedere «un chiarimento al ministro Nordio» e un «intervento immediato per garantire la segretezza di ogni indagine e attività» di giudici e pm.
Ma a parte il tiro a segno contro l’autore della riforma, ci sono tanti piccoli fuochi accesi, nel campo di battaglia. Il ministero dell’Istruzione è sotto accusa per un presunto accordo con cui avrebbe autorizzato la Camera penale di Catanzaro a fare campagna per il Sì nelle scuole. La “denuncia” dei magistrati calabresi è stata smentita sia da Viale Trastevere che dagli avocati, ma si attendono sviluppi.
D’altra parte era stata l’Anm ha essere beneficiaria di un uso improprio delle istituzioni scolastiche: come raccontato sul Dubbio lo scorso 20 ottobre, il provveditore di Napoli Ettore Acerra aveva sollecitato i presidi del circondario a spingere gli studenti delle superiori verso l’evento con cui il l’Associazione magistrati sezione Napoli avrebbe lanciato la campagna per il No. E in quell’occasione, l’incontro era stato allestito nientedimeno che a Palazzo di giustizia, cioè nel luogo dove i giudici dovrebbero esercitare una funzione imparziale. Il direttore dell’Ufficio scolastico non si era risparmiato dal suggerire ai presidi, in una circolare, di segnalare le adesioni direttamente ai magistrati.
Poi, com’e noto, il sindacato delle toghe si è esibito – attraverso il proprio comitato anti-riforma “Giusto dire No” – in una campagna di affissioni e cartellonistica digitale nelle grandi stazioni, in cui proclama che, con la separazione di Nordio, i “giudici” saranno sottomessi alla “politica”. Alla sesquipedale sciocchezza, un garantista liberale del calibro di Giorgio Spangher, al vertice di uno dei comitati per il Sì, ha risposto con una mossa non da lui: una denuncia in Procura per la presunta violazione di un articolo del codice penale, il 656, che punisce la “pubblicazione o diffusione di notizie false”.
E non è finita, perché alcuni partiti hanno preso a diffondere messaggi manipolativi almeno quanto quello dell’Anm: FdI, per esempio, in una nuova serie di spot, sostiene che, con la separazione delle carriere, finirà la storia di questi giudici traditori che si permettono di scarcerare gli indagati e a volte persino assolvere gli imputati, pensate! E ovviamente, per la spiazzante campagna del partito di maggioranza relativa, col divorzio dai pm, i giudici rossi non accoglieranno più i ricorsi dei migranti.
Iperboli a cui nelle ultime ore si è accodato il segretario dell’Anm Rocco Maruotti, il quale in un post ha evocato un qualche nesso fra i crimini dell’Ice trumpiana e il modello accusatorio, caro a Giuliano Vassalli, modello che peraltro è in Costituzione da ben prima che Nordio scrivesse la riforma. Il guardasigilli l’ha presa malissimo, in una nota si è augurato che «la maggioranza dei magistrati cestini questo disgustoso messaggio nella pattumiera della vergogna» e ha parlato di «indegni interlocutori». Senza attenuare il tono neppure dopo le scuse di Maruotti, che peraltro aveva cancellato il post.
Un’altra impennata del tasso di cianuro è arrivata con l’articolo in cui il Fatto quotidiano ha bollato come “impresentabili” i magistrati che hanno rotto gli indugi e si sono schierati per il Sì: una specie di lista di proscrizione in cui si rinfacciavano radiazioni e trascorsi disciplinari vari dei cosiddetti “traditori”. Insomma: il livello è preoccupante. La campagna è pessima. Si ricorre a messaggi fuorvianti. Laddove servirebbe uno sforzo per far comprendere ai cittadini di cosa si occupa davvero la riforma Nordio.
Non è facile. La materia è tecnica. Ma il fronte del Sì fatica, per esempio, a rendere accessibile a tutti il sofisticato meccanismo che oggi, con il Csm unico, consente ai pm di condizionare i giudici, loro teorici “controllori”. Andrebbe descritta, nei limiti del possibile, l’anomalia dell’Anm egemonizzata dalle Procure, le quali sarebbero state comunque in grado di condizionare, attraverso i togati “elettivi”, la carriere dei colleghi giudicanti, se ci si fosse limitati a sdoppiare il Consiglio superiore e non si fosse previsto, nella riforma, anche il sorteggio.
Ma è difficile illustrare agli elettori queste patologie. È più comodo cavarsela con iperboli curiose, come il fantomatico nesso tra carriere separate e fine della magistratura indulgente, in cui è cascato persino Antonio Tajani. Certo, è la risposta alle mistificazioni che l’Anm propone da ben prima che arrivasse il maxischermo nella stazione di Milano. È la conseguenza di una leggenda nera costruita attorno al ddl Nordio in base alla quale il “disarmo coatto” delle correnti metterebbe la magistratura nelle mani della politica. Le correnti elevate da centri di lottizzazione a baluardo dell’indipendenza. Un abominio teoretico da cui discendono molte delle falsificazioni prodotte dall’uno e dall’altro lato. La guerra è in pieno svolgimento e viene combattuta con ogni mezzo. C’è da tapparsi le orecchie, aspettare il giorno del voto e fingere di credere che, chiunque vinca, la pluridecennale guerra sulla giustizia avrà magicamente fine.