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Nuove indagini

Garlasco, dna sotto le unghie. Ora la perita frena: «Profilo non affidabile»

Nell’incidente probatorio sul delitto Poggi, la genetista Albani evidenzia limiti scientifici e metodologici: «Nessuna certezza, aplotipi parziali e misti»

26 Gennaio 2026, 09:18

Garlasco, dna sotto le unghie. Ora la perita frena: «Profilo non affidabile»

Andrea Sempio

Nel nuovo incidente probatorio sul delitto di Chiara Poggi, emergono ombre e incertezze scientifiche sul Dna maschile rinvenuto sulle unghie della vittima. A metterle nero su bianco è Denise Albani, la perita incaricata dalla giudice Daniela Garlaschelli, che nell’udienza del 18 dicembre ha illustrato in modo puntuale i limiti dell’analisi genetica condotta su materiale ormai non più ripetibile.

«Di affidabile e certo, purtroppo, in questo profilo non c’è nulla», afferma Albani nel verbale dell’udienza, riferendosi al profilo maschile individuato sulle unghie della ventiseienne uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Un passaggio netto, che ridimensiona la portata indiziaria della traccia genetica attribuita, in termini di compatibilità, alla linea maschile della famiglia Andrea Sempio, oggi indagato per concorso nell’omicidio.

La genetista chiarisce che non esiste un solo Dna maschile, ma «più Dna, almeno un altro», inseriti in un quadro estremamente complesso. Le tracce sono definite «aplotipi misti, parziali e complessi non sottoposti a consolidamento», e non è possibile escludere la presenza di ulteriori profili non leggibili. «Già è complesso interpretare ciò che si vede – osserva Albani – immaginare ciò che non si vede diventa impossibile».

Nel corso dell’udienza, durata diverse ore e trascritta in 65 pagine, la perita ha elencato in modo sistematico le criticità originarie del materiale analizzato. In primo luogo, i dati di partenza: «Non è stato quantificato il Dna», dunque non è nota la concentrazione iniziale del materiale genetico, né l’indice di degradazione. I profili ottenuti sono parziali, basati sul cromosoma Y e quindi non identificativi del singolo individuo. A questo si aggiunge il fattore tempo: tra l’avvio delle operazioni e la loro conclusione, nel 2014, sono trascorsi circa 40 giorni, su campioni che avrebbero dovuto essere conservati in congelatore, un elemento che non può essere ignorato nella valutazione scientifica.

Albani sottolinea inoltre che, anche ipotizzando condizioni ideali – aplotipo completo, consolidato e attribuibile a una singola fonte – «il cromosoma Y non consente comunque di identificare un singolo soggetto». Un limite strutturale che impedisce qualsiasi attribuzione individualizzante e che rende necessario, secondo la perita, evitare letture forzate del dato genetico.

Un altro nodo riguarda l’impossibilità di ricostruire il contesto di deposizione del materiale biologico. «Non è possibile stabilire con rigore scientifico come e perché il Dna sia stato depositato, né quando», afferma Albani, precisando che le metodologie attuali non consentono di datare la traccia, né di capire a quale dito o a quale mano fosse riferibile, né se provenisse dalla parte superiore o inferiore delle unghie.

Sul fronte dell’analisi biostatistica, uno dei quesiti centrali dell’incidente probatorio, la perita segnala due limiti decisivi. Il primo è l’assenza di un database di riferimento adeguato, né locale né nazionale, per il calcolo delle frequenze degli aplotipi. Il secondo riguarda il software utilizzato, che «non prevede la stima della probabilità di artefatti», cioè non tiene conto in modo strutturato della possibilità di errori o contaminazioni durante le fasi di laboratorio.

Alla luce di tutte queste premesse, gli esiti dei calcoli restituiscono per Andrea Sempio una compatibilità che oscilla tra “moderata” e “forte”, ma sempre all’interno di un quadro che la stessa Albani definisce scientificamente fragile. Un elemento che riporta al centro del dibattito giudiziario il tema della tenuta probatoria delle tracce genetiche e del loro corretto utilizzo nel processo penale.