Domenica 01 Febbraio 2026

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Nuove indagini

Garlasco, dna e perizia del 2014: i dubbi riemergono nell’incidente probatorio

Nell’udienza davanti al Tribunale di Pavia la genetista Albani mette in discussione le scelte metodologiche di De Stefano: «Oggi non rifarei quelle stesse procedure»

23 Gennaio 2026, 12:06

«Chiara Poggi vide file porno sul pc di Stasi la sera prima del delitto»

Chiara Poggi

Nel procedimento che riporta sotto i riflettori l’omicidio di Chiara Poggi, uno dei punti più delicati resta l’attendibilità scientifica delle analisi genetiche effettuate negli anni successivi al delitto. È su questo terreno che si è concentrata una parte centrale dell’udienza del 18 dicembre 2025 davanti al Tribunale di Pavia, chiamato a tirare le somme dell’incidente probatorio nell’indagine a carico di Andrea Sempio.

Il confronto tra difesa e consulenti tecnici ha fatto emergere criticità sulle modalità con cui fu redatta la perizia firmata da Francesco De Stefano nel 2014, quella che concluse per l’inutilizzabilità del Dna estratto dalle unghie della vittima. Un lavoro che, a distanza di oltre dieci anni, viene ora riletto alla luce di standard scientifici più rigorosi.

A sintetizzare il nodo della questione è uno scambio diretto, riportato nel verbale dell’udienza, tra l’avvocato Liborio Cataliotti, difensore di Andrea Sempio, e la genetista della polizia scientifica Denise Albani. Alla domanda se oggi ripeterebbe le stesse scelte metodologiche, Albani risponde senza esitazioni: «No, non farei uguale».

Il verbale, una sessantina di pagine dense di passaggi tecnici, è stato esaminato nel corso dell’udienza presieduta dalla giudice Daniela Garlaschelli. Albani, nel suo intervento introduttivo, individua due profili critici nella perizia De Stefano. Il primo riguarda «non aver proceduto con la fase di quantificazione del Dna». Il secondo concerne il fatto che «le sessioni di tipizzazione del dna autosomico (…) e del cromosoma Y (…) sono state realizzate in un arco temporale di circa 40 giorni con eventuali potenziali effetti sulla degradazione e sugli esiti finali di caratterizzazione».

Su questi punti incalza Cataliotti: «Allora, questi lei ritiene di poterli classificare come errori procedurali veri e propri?». La risposta di Albani è articolata e prudente: «Sono state delle strategie adottate con dei probabili tentativi eseguiti sulla scorta, appunto, di un laboratorio, che ai tempi non aveva un metodo che imponesse delle attività ben determinate. Nel mio caso, per esempio, mi sono dovuta attenere in maniera estremamente rigorosa al metodo (…) Queste sono state delle strategie che il professor De Stefano ha deciso di adottare».

La genetista precisa anche che quelle scelte risultano condivise con i consulenti delle parti: «Risulta essere agli atti che le abbia condivise con i consulenti, perlomeno la parte di non quantificazione e le fasi poi di sessioni, di tipizzazione del DNA sono avvenute o alla presenza o comunque con condivisione delle parti».

Ma è sul piano dell’attualità scientifica che Albani segna una distanza netta. Alla domanda se oggi si comporterebbe allo stesso modo, chiarisce che si discosterebbe da quelle decisioni. Una presa di posizione che pesa nell’economia dell’incidente probatorio.

Nel dettaglio tecnico, Albani ricostruisce anche i passaggi preliminari dell’analisi: «Il volume da cui siamo partiti era di 10 microlitri (…) Quindi il punto di partenza è 10 microlitri per ciascun margine ungueale». Da lì, spiega, la fase successiva avrebbe dovuto essere la quantificazione del Dna: «Capire quanto fosse il materiale biologico in termini di concentrazione presente a livello dei margini ungueali».

Secondo la genetista, quella fase fu invece saltata: «Nel 2014 il professor De Stefano ritiene, in accordo con i consulenti, di bypassare la fase di quantificazione del dna, per non sacrificare quota dell’estratto, quindi sostanzialmente passa direttamente alla fase di amplificazione del dna».

L’esito finale della perizia Albani non identifica direttamente Andrea Sempio, ma individua una compatibilità genetica in linea paterna, certificando che il materiale analizzato è «misto, degradato e non consolidato». Un quadro che non chiude definitivamente la questione, ma che riapre il dibattito sulla solidità delle analisi svolte in passato.