Incidente probatorio
Cinturrino
Nel procedimento per l’omicidio Mansouri, Carmelo Cinturrino rompe il silenzio e davanti al Tribunale di Milano affida a oltre un’ora di dichiarazioni spontanee la sua versione dei fatti. Lo fa nell’aula dell’incidente probatorio, che rappresenta di fatto un anticipo del processo per la morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio a Rogoredo con un colpo esploso dalla pistola d’ordinanza del poliziotto.
Detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario premeditato, l’assistente capo si dice «enormemente dispiaciuto» non solo «per la fine che ha fatto questo ragazzo», ma anche «per quella che ho fatto io». Al centro del suo racconto c’è la paura: sostiene di avere sparato da una distanza di circa trenta metri quando Mansouri si sarebbe chinato a raccogliere quello che poi si è rivelato essere un sasso.
Il passaggio più importante dell’intervento riguarda proprio la dinamica dell’uccisione. Cinturrino ribadisce di avere agito perché convinto di trovarsi davanti a un pericolo imminente. Nel suo racconto non c’è alcun riferimento a una volontà omicida, ma solo alla percezione di una minaccia improvvisa.
Resta però fuori dalla sua ricostruzione uno dei punti più pesanti dell’impianto accusatorio: il fatto che si sarebbe avvicinato al corpo, lo avrebbe girato e avrebbe atteso 22 minuti prima di allertare i soccorsi. Un intervallo di tempo che, secondo l’accusa, sarebbe servito per piazzare accanto al cadavere una pistola finta e costruire una scena compatibile con una falsa legittima difesa.
Cinturrino nega anche di avere conosciuto Mansouri o di avere avuto con lui rapporti di affari. Una smentita netta, che i suoi legali Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno rafforzano subito dopo l’udienza.
Secondo la difesa, il nome della vittima era noto al poliziotto solo attraverso «foto segnaletiche» legate a un’indagine del 2025 svolta da altri colleghi e da un’altra squadra. Mansouri, sostengono gli avvocati, era per Cinturrino soltanto «un soggetto di interesse investigativo come tanti altri».
Il quadro giudiziario che riguarda il poliziotto, però, non si ferma al delitto di Rogoredo. Le testimonianze raccolte da venerdì fino alla tarda serata di sabato hanno confermato, almeno sul piano accusatorio, una serie di contestazioni molto più ampie.
Al momento Cinturrino deve fare i conti con altre 33 imputazioni, tra accuse di spaccio, pestaggi, estorsioni e sequestri di persona. A coordinare l’inchiesta sono il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola, con le indagini affidate alla Squadra mobile. È su questo fronte che l’intervento in aula del poliziotto ha cercato di disinnescare un quadro accusatorio che appare sempre più pesante.
Nel suo intervento, Cinturrino ha respinto tutte le accuse collaterali. Ha negato di avere fatto «uso gratuito» della forza, di avere derubato persone legate al boschetto della droga di Rogoredo o alle piazze di spaccio e di avere agito fuori dai limiti della funzione di polizia.
La sua linea difensiva è stata chiara: «Ho sempre fatto i verbali di sequestro e le denunce per resistenza». Non solo. Ha aggiunto di avere persino portato «medicine e vestiti» ad alcuni dei tossicodipendenti che oggi lo accusano. Un passaggio con cui ha tentato di ribaltare l’immagine tratteggiata dall’accusa e di presentarsi come un agente impegnato a lavorare nel rispetto del proprio ruolo.
Una parte rilevante delle dichiarazioni è stata dedicata anche alla propria storia personale e professionale. Cinturrino ha detto di essere sempre stato mosso «dall’intento di assicurare» i criminali «alla giustizia» e di avere ricevuto nel tempo «encomi» e «riconoscimenti» per il proprio lavoro.
Ha descritto il mestiere di poliziotto come una «passione», ricordando di avere preso non più di «25 giorni di malattia in 18 anni di servizio». Un ritratto costruito per accreditare l’immagine di un servitore dello Stato e per prendere le distanze dalla figura di agente violento e deviato che emerge dalle contestazioni della Procura.
Il momento più umano del suo intervento è arrivato quando ha ricordato il padre, costretto a togliersi la cintura dei pantaloni durante la prima visita in carcere. «Sono il primo della mia famiglia ad aver indossato l’uniforme», ha detto, emozionandosi.
In mattinata al poliziotto sono stati concessi anche alcuni minuti con la compagna. I due si sono abbracciati tra le lacrime. Un contrasto forte con la freddezza che, invece, la famiglia Mansouri e i suoi legali ritengono di avere colto nel momento in cui l’indagato ha raccontato la morte del 28enne.
La parte civile ha commentato in modo severo l’intervento di Cinturrino. Gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che assistono la famiglia Mansouri, hanno sottolineato di non avere visto alcuna vera disperazione nel racconto del poliziotto.
«Da chi dice di aver ucciso senza voler uccidere ci si aspettava una disperazione che non è emersa», hanno osservato.