Svolta a Rogoredo
Sparatoria in zona Rogoredo a Milano tra polizia e rapinatore
Una scena che non torna, un’arma che “non c’è” quando dovrebbe esserci e un tempo che pesa come un macigno: ventidue minuti prima di chiamare i soccorsi. È su questi tre punti che, nel racconto dell’inchiesta, si concentra la svolta sul delitto del boschetto di Rogoredo, dove l’assistente capo Carmelo Cinturrino avrebbe ucciso durante un controllo anti spaccio Abderrahim Mansouri, 28 anni, il 26 gennaio.
A svelare le presunte bugie degli agenti, secondo il testo, è un testimone oculare: un giovane afgano che si rivolge inizialmente agli avvocati della famiglia della vittima. È lui il primo a raccontare che accanto al corpo del 28enne «non c’è nessuna arma» e a riferire che Mansouri sarebbe caduto «con il volto sul terreno reso fangoso dalla pioggia», un dettaglio ritenuto significativo perché non sarebbe mai stato svelato prima.
Il pm Giovanni Tarzia attribuisce a quel racconto il peso della prima svolta: «La prima svolta arriva dal testimone oculare, la sua versione non appare distonica e fornisce una serie di informazioni che non potevano che essere nel patrimonio conoscitivo di chi era presente». La credibilità, si legge, sarebbe stata rafforzata da un sopralluogo nelle stesse condizioni di orario e luce.
Un secondo passaggio chiave sono gli interrogatori dei colleghi: quattro sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso e – secondo il testo – “correggono il tiro” ammettendo di non aver visto inizialmente alcuna arma accanto alla vittima. Si parla di una pistola a salve sulla quale risulterebbe presente il Dna del fermato e non quello del 28enne.
Il dettaglio più clamoroso arriva dal collega che si trova a pochi passi da Cinturrino nel momento dello sparo. Nella sua versione: «Mansouri è caduto di faccia e Cinturrino una volta avvicinatosi ha girato il corpo e si è reso conto di averlo colpito». Poi l’ordine: andare in commissariato a prendere «la valigetta degli atti». Il collega esegue, prende «una borsa nera con lo stemma dell’Italia», la mette nel cofano e torna in via Impastato.
Qui il passaggio centrale: Cinturrino apre il cofano, preleva qualcosa dalla borsa e avrebbe in mano «un oggetto nero». Solo dopo, tornando verso il corpo, il collega vede nei pressi della mano destra di Mansouri «una pistola».
La circostanza, si legge, sarebbe confermata dagli altri poliziotti indagati: pur trovandosi a distanza dal corpo, quando guardano verso il ferito «non hanno visto alcuna pistola od oggetto nero compatibile con un’arma vicino al corpo». L’arma, invece, «è stata vista in un secondo momento», si legge nel provvedimento di fermo citato nel testo.
L’ultimo punto indicato dal pm Tarzia è il più pesante: «Cinturrino ha atteso ben ventidue minuti prima di allertare i soccorsi, nonostante il Mansouri desse ancora segni di vita». Un’attesa che, nella ricostruzione, sarebbe servita a «modificare la scena del delitto» per renderla compatibile con la versione del colpo esploso per legittima difesa, aspettando che il collega rientrasse con la valigetta.
Il testo collega l’orario anche a un altro elemento: Mansouri sarebbe stato al telefono con un amico quando è stato colpito e passano 22 minuti prima della chiamata alla Centrale operativa e al 118.