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Golfo in fiamme

Gli Emirati scaricano Teheran e chiedono di neutralizzare il regime iraniano

Dopo i raid e le tensioni su Hormuz, Abu Dhabi considera l’Iran una minaccia esistenziale. Intanto proseguono gli attacchi su Libano, Teheran e Israele

18 Marzo 2026, 08:01

Gli Emirati scaricano Teheran e chiedono di neutralizzare il regime iraniano

Distruzione dopo un raid aereo israeliano nel centro di Beirut, in Libano

Gli Emirati e l'Iran non sono più una relazione da equilibrare con prudenza diplomatica. Dopo gli attacchi iraniani e la crisi aperta nello Stretto di Hormuz, Abu Dhabi e altri Paesi del Golfo considerano ora la Repubblica islamica un nemico esistenziale e puntano a un obiettivo che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile: neutralizzare, se non smantellare, il regime degli ayatollah per impedire che una simile minaccia si ripresenti.

È questa la linea che emerge mentre la guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, continua ad allargare i suoi effetti militari, energetici e politici su tutta la regione. A segnare la svolta è soprattutto la posizione degli Emirati Arabi Uniti, finora abituati a muoversi tra prudenza e diplomazia, ma oggi colpiti in modo diretto e durissimo.

Gli Emirati nel mirino degli attacchi iraniani

Secondo la ricostruzione riportata, gli Emirati sono stati il Paese del Golfo che ha pagato il prezzo più alto della rappresaglia iraniana. Più di 2.000 droni e missili sarebbero stati lanciati contro il Paese dall’inizio della guerra. Abu Dhabi sostiene che oltre l’80% degli attacchi fosse diretto contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi, raffinerie, aeroporti, porti, hotel e centri dati.

Il bilancio indicato dal governo emiratino parla di sei civili morti e 157 feriti. Numeri che cambiano radicalmente il quadro politico nella regione, perché toccano uno degli attori che più avevano cercato negli ultimi anni di tenere aperto un canale pragmatico con Teheran.

La nuova linea di Abu Dhabi

Nonostante il colpo subito, i sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono finora limitati all’autodifesa, evitando una reazione apertamente offensiva. Ma sul piano politico il linguaggio è già cambiato.

«Non si tratta di uno scambio militare. Si tratta di un attacco a una nazione pacifica, una nazione che ha lavorato con impegno e dedizione per la diplomazia», ha dichiarato Sultan al-Jaber, ministro dell’Industria e delle Tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti. Poi il punto più netto: «Qualsiasi soluzione politica a lungo termine deve affrontare l’intero spettro delle minacce, compreso il programma nucleare iraniano, le capacità missilistiche balistiche e la rete di gruppi armati regionali».

È una frase che segna la rottura definitiva con la vecchia idea di contenere il problema iraniano solo attraverso la diplomazia. Oggi, nella lettura di Abu Dhabi, la questione non riguarda più un singolo conflitto ma la sopravvivenza strategica dell’intera regione del Golfo.

Hormuz resta il cuore dello scontro

Alla base della svolta c’è anche la perturbazione dello Stretto di Hormuz, il passaggio che regola una quota decisiva del traffico energetico mondiale. Il fatto che il conflitto abbia investito direttamente quel corridoio ha trasformato la guerra in una minaccia esistenziale non solo per Israele o per gli Stati Uniti, ma anche per gli Stati del Golfo che vivono di sicurezza marittima, stabilità energetica e continuità commerciale.

In questa cornice, Teheran non viene più percepita come un vicino scomodo ma gestibile, bensì come una minaccia strutturale da ridimensionare in modo irreversibile.

Araghchi: il sistema iraniano è solido

Dal lato iraniano, però, il messaggio è opposto. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervenendo dopo la conferma dell’uccisione del capo della sicurezza Ali Larijani in un attacco aereo israeliano, ha insistito sul fatto che il sistema politico della Repubblica islamica non dipende dai singoli uomini.

«Non capisco perché gli americani e gli israeliani non abbiano ancora compreso questo punto: la Repubblica islamica dell’Iran ha una solida struttura politica con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate», ha detto. E ancora: «La presenza o l'assenza di un singolo individuo non influisce su questa struttura».

Il messaggio di Teheran è chiaro: l’eliminazione di figure di vertice non intaccherebbe la tenuta del regime. Araghchi ammette che gli individui hanno un peso, ma insiste sul fatto che il sistema resti «una struttura molto solida».

Israele colpisce Teheran e amplia la superiorità aerea

Sul piano militare, intanto, Israele continua a premere sull’Iran. L’aviazione israeliana ha colpito diversi quartier generali militari a Teheran, compresi il comando di un’unità di sicurezza dei Pasdaran ritenuta responsabile della gestione delle proteste, un centro di manutenzione delle forze di sicurezza interne e un quartier generale delle forze missilistiche balistiche iraniane.

Secondo le Forze di Difesa Israeliane, nell’ondata di raid sono stati presi di mira anche diversi sistemi di difesa aerea iraniani con l’obiettivo di «ampliare la superiorità aerea dell’aeronautica militare sui cieli iraniani». Nelle stesse ore, i sistemi di difesa israeliani hanno intercettato un nuovo attacco missilistico proveniente dall’Iran. Al momento non vengono segnalate vittime.

Il fronte libanese continua a sanguinare

La guerra continua a devastare anche il Libano. Almeno quattro persone sono morte in un attacco israeliano che ha colpito quattro case nella città di Sahmar, nella valle della Bekaa. Secondo il ministero della Salute libanese, dal 2 marzo gli attacchi israeliani hanno causato 912 morti e 2.221 feriti.

La Protezione Civile libanese riferisce inoltre che 11 suoi membri sono rimasti feriti in un attacco israeliano sulla città di Nabatieh. Le autorità di Beirut parlano di oltre un milione di sfollati, con più di 130mila persone ospitate nei centri di accoglienza ufficiali.

Il dato umanitario conferma che il conflitto non si sta limitando allo scontro diretto tra Iran e Israele ma continua a colpire in profondità anche il Libano, già piegato da una crisi interna devastante.