Martedì 17 Marzo 2026

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Israele ha eliminato anche Alì Larijani, il leader più politico del regime iraniano

Ucciso in un raid dell’Idf insieme al generale Soleimani, comandante della temuta milizia dei Bassij. Ora la Repubblica islamica è letteralmente decimata dei suoi vertici

17 Marzo 2026, 17:23

Israele ha eliminato anche Alì Larijani, il leader più politico del regime iraniano

Sulla sua testa pendeva una taglia di 10 milioni di dollari, in cima alla black list del Dipartimento di Stato Usa e da sempre in quella di Israele. Alì Larijani numero uno de facto del regime iraniano dopo la morte di Alì Khamenei, è stato ucciso in un raid dell’Idf insieme al generale Gholamréza Soleimani, comandante della temuta milizia dei Bassij. L’ennesimo omicidio mirato, il più illustre dopo l’uccisione della Guida suprema avvenuta il primo giorno di guerra.

Nelle ultime due convulse settimane tutte le decisioni di guerra facevano capo a lui, che da anni disegnava la strategia della Repubblica islamica nella regione, il più politico e abile di tutti i leader iraniani. A 68 anni, Larijani presiedeva il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, il più alto organo decisionale in materia di politica interna, una posizione conquistata grazie alla fiducia della guida suprema, maturata lungo una carriera costruita nei gangli più sensibili dello Stato: forze armate, media, Parlamento.

Nato nel 1957 a Najaf, in Iraq, Larijani proviene da una famiglia immersa nel cuore della tradizione sciita. Najaf non è una città qualsiasi: è uno dei centri spirituali più importanti dell’islam sciita, sede del santuario dell’Imam Alì e luogo di formazione di generazioni di religiosi. Najaf è anche la città dell’ayatollah Ali al-Sistani, la più alta autorità religiosa irachena, simbolo di un clero più riflessivo e prudente, lontano dal potere politico e dal modello rivoluzionario iraniano. Il padre di Larijani, eminente dignitario religioso, uomo di grande cultura è però vicino all’ayatollah Ruhollah Khomeini e lo sostiene attivamente negli anni di esilio e durante la caduta della monarchia dei Pahlavi. Questa impronta politica segna il suo destino e la sua irresistibile ascesa nelle alte sfere del regime.

Larijani era figura atipica nel panorama iraniano: non solo uomo di apparato, ma anche un intellettuale conoscitore delle altre culture, critico dell’Occidente ma attento al suo pensiero. Dopo aver combattuto nelle file dei Guardiani della Rivoluzione durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), intraprende infatti un percorso accademico che lo porta a conseguire un dottorato in filosofia all’università di Teheran. I suoi studi, centrati in particolare sul pensiero di filosofi europei come Kant e Hegel, gli valgono la reputazione, rara se non unica tra i dirigenti della Repubblica islamica, di uomo capace di muoversi tra mondi diversi: quello della teologia sciita, quello della filosofia europea ma anche e soprattutto quello della politica concreta, del potere effettivo. Quando era capo negoziatore per il dossier del nucleare iraniano i suoi interlocutori lo descrissero come un pragmatico poco incline alla rigidità ideologica, ma anche un uomo scaltro e determinato che non cede di un millimetro dalle sue posizioni. Non un fanatico ma di sicuro un falco.

Dal 1994 e per un decennio guida l’audiovisivo di Stato (Irib), distinguendosi per le violente campagne mediatiche contro i riformisti vicini al presidente Mohammad Khatami e per la censura diposizioni critiche verso la Guida suprema. Nel 1996 viene nominato rappresentante di Khamenei presso il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, di cui diventa poi segretario. Tra il 2005 e il 2007 guida i negoziati sul nucleare con Londra, Parigi, Berlino e Mosca e sigla l’accordo con gli Stati Uniti di Barack Obama.

Candidato alle presidenziali del 2005, viene sconfitto dal populista Mahmoud Ahmadinejad, in seguito presiede il Parlamento dal 2008 al 2020, mentre le sue candidature alle elezioni del 2021 e del 2024 vengono respinte dal Consiglio dei Guardiani con cui non ha mai avuto buoni rapporti. In quel momento si pensava che fosse destinato a un ruolo minore, più defilato, ma il regime aveva bisogno delle sue qualità.

Così lo all’inizio del 2025, in seguito alle crescenti tensioni con Israele che poi esploderanno nella guerra dei 12 giorni, Khamenei lo richiama e lo mette a capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la sua nomina è la migliore mediazione tra la linea intransigente e bellicosa dei pasdaran e l’approccio più cauto dei diplomatici. Larijani assume nell’ultimo anno il ruolo di regista e di fulcro di tutta politica iraniana, coordinando le strategie militari, la comunicazione e le trattative sul dossier nucleare nella speranza di spegnere gli ardori di Usa e Israele.

Ma serve a poco: Benjamin Netanyahu e Donald Trump avevano già deciso di decapitare il regime e con i bombardamenti 28 febbraio tutto precipita. La sua uccisione è un colpo durissimo e irrimediabile per una Repubblica islamica letteralmente decimata dei suoi leader.