Lunedì 16 Marzo 2026

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Golfo in stallo

Stretto di Hormuz bloccato, mille navi ferme mentre la guerra si allarga ancora

Lo Stretto resta il centro dello scontro tra Iran, Usa e Israele. Teheran parla di richieste di passaggio sicuro, Tel Aviv annuncia altre tre settimane di offensiva

16 Marzo 2026, 08:00

Stretto di Hormuz bloccato, mille navi ferme mentre la guerra si allarga ancora

Nave cargo thailandese Mayuree Naree, colpita e incendiata nello Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz resta il baricentro della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, il punto in cui lo scontro militare si salda con la pressione economica globale. Sarebbero circa mille le navi attualmente in attesa di attraversare il braccio di mare, fra cui 200 petroliere cariche di greggio destinato ai mercati di tutto il mondo. È un dato che misura da solo quanto la guerra non stia colpendo soltanto obiettivi militari o politici, ma anche il cuore delle rotte energetiche internazionali.

A confermare la centralità di Hormuz è stato anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha riferito come Teheran sia stata contattata da «diversi paesi» che «desiderano un passaggio sicuro per le loro navi». Nella lettura iraniana, però, la responsabilità di questa situazione ricade interamente su Washington. Secondo Araghchi, infatti, la colpa di quanto accade è dovuta totalmente «all’aggressione da parte degli Stati Uniti».

Trump alza il tono e Teheran chiude al dialogo

Accanto al fronte militare, resta acceso anche quello verbale e diplomatico. Donald Trump ha fatto sapere di non essere ancora pronto a chiudere un accordo con l’Iran, perché «le condizioni non sono ancora abbastanza buone». E sul nuovo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, il presidente americano ha usato parole durissime: «non so se sia vivo», ha detto, aggiungendo che, se lo fosse, dovrebbe fare «una cosa molto intelligente per il suo Paese, cioè arrendersi».

Teheran ha replicato senza lasciare margini. «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo parlare con gli americani», ha ribadito Araghchi, spiegando che gli ultimi negoziati non sono stati «un’esperienza positiva». In questo quadro, il canale diplomatico appare sempre più lontano, mentre il costo della guerra per gli Stati Uniti sarebbe già salito a circa 12 miliardi di dollari.

Israele annuncia altre tre settimane di offensiva

Se Washington concentra il massimo dell’attenzione su Hormuz, Israele prosegue intanto la propria offensiva con un orizzonte temporale dichiarato. Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito israeliano, le operazioni andranno avanti «almeno altre tre settimane», perché resterebbero ancora «migliaia di obiettivi da colpire».

«Non lavoriamo con il cronometro», ha aggiunto il portavoce, lasciando intendere che Tel Aviv non intenda rallentare la pressione militare nel breve periodo. Sul versante opposto, i Pasdaran hanno risposto con minacce dirette al premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Continueremo a dargli la caccia e lo uccideremo», hanno fatto sapere le Guardie Rivoluzionarie.

Il missile Sejil e la minaccia su Tel Aviv

L’ultimo attacco iraniano contro Israele è stato accompagnato anche da un messaggio tecnologico e militare. Teheran ha fatto sapere di avere usato il nuovo missile balistico superficie-superficie a medio raggio Sejil.

Secondo quanto dichiarato dall’Iran, si tratterebbe di un’arma capace di coprire la distanza tra il sito nucleare di Natanz e Tel Aviv in appena sette minuti. Una comunicazione che punta a mostrare capacità di deterrenza e rapidità offensiva proprio mentre il conflitto entra in una fase di logoramento e dimostrazione di forza reciproca.

Israele accusa i Pasdaran anche sugli attentati in Europa

Nella stessa fase di escalation, Israele attribuisce ai Pasdaran anche la regia degli attentati dinamitardi contro siti ebraici in Belgio e nei Paesi Bassi. È un’accusa che allarga ancora di più il perimetro del conflitto, spostandolo dal Medio Oriente al suolo europeo e rafforzando la narrazione israeliana di una minaccia iraniana diffusa e multilivello.

Il conflitto, dunque, non si limita più a raid, missili e controllo delle rotte marittime, ma si estende anche al terreno della sicurezza internazionale e della proiezione indiretta delle ostilità.

Libano, negoziati fragili e tensione su Unifil

Resta molto difficile anche la situazione in Libano, dove si tenta di allestire negoziati diretti fra le autorità di Beirut e il governo israeliano, mentre lo Stato ebraico continua a colpire Hezbollah.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha però già escluso l’avvio di colloqui nei prossimi giorni, almeno finché il governo libanese non adotterà «misure serie per impedire a Hezbollah di sparare». Una posizione che congela di fatto ogni apertura immediata sul piano negoziale.

Presi di mira anche i Caschi Blu

Dentro questo quadro già esplosivo, cresce l’attenzione anche sul contingente Unifil, di cui fanno parte pure soldati italiani. Nelle ultime ore i Caschi Blu della missione Onu hanno reso noto di essere stati presi di mira da «gruppi armati non statali» libanesi. Non si registrano feriti, ma l’episodio conferma come anche la presenza internazionale sul terreno stia diventando sempre più esposta.