Tensione in Medio Oriente
Francia, esercitazioni militari Orion 2026 all'aeroporto di Saint-Nazaire
Il missile iraniano Turchia riaccende la tensione sul fianco sud dell’Alleanza atlantica e allarga ancora di più il perimetro politico e militare della guerra in Medio Oriente. Per la seconda volta in meno di una settimana, un missile balistico lanciato dall’Iran è entrato nello spazio aereo turco ed è stato distrutto dai sistemi di difesa della Nato. Le schegge sono cadute in un’area desertica della provincia di Gaziantep, senza causare vittime né danni, ma l’episodio ha subito fatto salire la pressione su Ankara.
Il fatto assume un peso ancora maggiore perché colpisce un Paese alleato della Nato che, allo stesso tempo, mantiene una linea ostile verso Israele. È dentro questa ambiguità strategica che si inserisce la reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, deciso a evitare un coinvolgimento diretto della Turchia ma anche a segnalare a Teheran che nuovi sconfinamenti non saranno tollerati.
Il presidente turco ha escluso l’ipotesi di un ingresso del Paese nella guerra, indicando come obiettivo prioritario quello di tenere la Turchia «lontano dall’incendio» del conflitto. Allo stesso tempo ha chiarito che Ankara rafforzerà le sue misure di sicurezza e continuerà a coordinarsi con gli alleati dell’Alleanza atlantica.
Nelle sue parole c’è anche un avvertimento diretto all’Iran, invitato a non compiere ulteriori «provocazioni». In serata, come segnale politico formale, è stato convocato l’ambasciatore di Teheran in Turchia. È un passaggio che certifica il deterioramento del clima tra i due Paesi e che mostra quanto lo sconfinamento del missile venga considerato un episodio tutt’altro che marginale.
Di fronte all’accaduto, la Nato ha ribadito di essere «pronta a difendere tutti gli alleati da qualsiasi minaccia». Una formula che richiama il principio di difesa comune, ma che in questa fase viene ancora usata con cautela, senza evocare apertamente scenari di automatica escalation.
Su questo punto è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha invitato alla prudenza rispetto all’eventualità di fare ricorso all’articolo 5, il cardine della difesa collettiva atlantica. Un richiamo alla cautela che riflette il timore di un ulteriore allargamento del conflitto a un Paese membro dell’Alleanza.
L’episodio turco si inserisce in una guerra che, partita con l’attacco di Usa e Israele all’Iran, sta già producendo ripercussioni dirette sull’Unione europea. Da una parte c’è l’impatto economico, con l’aumento dei prezzi dell’energia. Dall’altra c’è il fronte della sicurezza, diventato sempre più sensibile dopo che nei giorni scorsi un drone di fabbricazione iraniana, lanciato dal Libano, ha colpito una base britannica a Cipro.
Quell’attacco ha spinto diversi Paesi europei, tra cui Italia e Spagna, a dispiegare navi militari nell’area. Nel frattempo il presidente francese Emmanuel Macron si è recato proprio a Cipro per esprimere la solidarietà di Parigi, mettendo in chiaro che attaccare l’isola significa «attaccare l’Europa».
Il presidente francese ha annunciato anche che la Francia sta lavorando a una missione «puramente difensiva» per riaprire lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. L’operazione dovrebbe coinvolgere Paesi europei e non europei nell’accompagnamento di petroliere e gasiere.
Secondo Macron, la missione sarà avviata «il prima possibile dopo la fine della fase più intensa del conflitto». È una mossa che conferma come, per le capitali europee, la libertà di navigazione e la sicurezza energetica siano ormai diventate priorità immediate.
In Italia, intanto, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa per venerdì, con la guerra in Iran e in Medio Oriente tra i temi all’ordine del giorno. Anche questo è un segnale del livello di attenzione con cui Roma segue l’evolversi della crisi.
Nel corso di una videoconferenza con leader mediorientali, alla quale hanno preso parte il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Unione europea si è detta pronta a «facilitare il ritorno ai negoziati».
L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha invocato diplomazia e cessate il fuoco per evitare che il Libano scivoli nel caos. Tuttavia, dal fronte delle istituzioni europee non è arrivata una critica esplicita all’attacco di Usa e Israele, a differenza di quanto fatto da Paesi come Spagna e Francia, i cui leader hanno sottolineato che l’operazione militare si è svolta al di fuori del diritto internazionale.
Il Servizio europeo per l’Azione esterna ha ribadito che l’Ue è impegnata con i partner del Golfo e del Medio Oriente per limitare l’impatto dell’escalation militare, spiegando che «la sicurezza dello Stretto di Hormuz e della regione è la priorità strategica».
Le missioni di difesa marittima Aspides e Atalanta resteranno dispiegate, mentre von der Leyen e Costa si sono detti disponibili anche a un loro eventuale potenziamento. L’Unione, dunque, si prepara a uno scenario lungo e potenzialmente ancora più instabile, nel quale la protezione delle rotte energetiche e commerciali viene considerata essenziale.
Il conflitto continua a essere osservato con crescente apprensione anche per gli effetti sull’economia. Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha avvertito che, se la guerra dovesse protrarsi, potrebbe provocare «un sostanziale shock stagflazionistico sull'economia globale ed europea».
Alla riunione del G7 dei ministri delle Finanze è stata valutata anche la possibilità di ricorrere alle riserve petrolifere di emergenza per rispondere all’impennata dei prezzi dell’energia. Alla fine, però, la misura non è stata approvata. «Non siamo ancora a quel punto», ha spiegato il ministro delle Finanze francese Roland Lescure.
Nel frattempo anche la Russia osserva gli sviluppi con un approccio oscillante. Il presidente Vladimir Putin, dopo essersi inizialmente detto disponibile a cooperare con gli europei sulle forniture di petrolio e gas, ha poi ventilato l’ipotesi di dirottare le proprie risorse verso «destinazioni più attraenti».