Nuova guida
Putin, presidente della Russia
Mojtaba Khamenei inaugura il suo mandato alla guida dell’Iran nel pieno della guerra e sotto una pressione internazionale già altissima. La sua nomina a Guida suprema, celebrata dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian come l’inizio di «una nuova era di onore e autorità», si inserisce in uno scenario segnato da appoggi diplomatici, minacce esplicite e da un conflitto che continua ad allargarsi su più fronti.
Il primo messaggio di congratulazioni dall’estero è arrivato dal presidente russo Vladimir Putin, che ha promesso al nuovo leader iraniano un «sostegno incondizionato». Poco dopo, lo stesso Putin ha avuto una telefonata di circa un’ora con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla situazione in Medio Oriente. Anche dall’Oman è arrivato un segnale politico significativo: il sultano Haitham bin Tariq Al Said ha inviato a Mojtaba Khamenei i suoi «migliori auguri di successo e buona fortuna nell’assumere le sue responsabilità di leader nel suo paese amico».
Sul versante opposto, la reazione di Washington e di Tel Aviv è stata immediata e durissima. «Non sono contento», ha detto Trump con un commento secco, definendo la nomina di Mojtaba Khamenei «un grosso errore» e aggiungendo: «Non so se durerà».
Anche Israele ha alzato subito il livello dello scontro, accusando il nuovo leader iraniano di avere mani «già macchiate dallo spargimento di sangue che ha caratterizzato il governo di suo padre» e definendolo «un altro tiranno che perpetua la brutalità del regime iraniano». Parole che mostrano come la successione al vertice di Teheran non abbia aperto alcuno spazio di tregua, ma si sia trasformata immediatamente in un nuovo terreno di confronto politico e militare.
Tra i primi a congratularsi con Mojtaba Khamenei c’è stato anche Hezbollah, che ha espresso l’auspicio che il nuovo leader «esca vittorioso da questa aggressione, più forte e più resiliente». Ma proprio il Libano continua a pagare un prezzo altissimo al conflitto.
Secondo il bilancio riportato, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 486 persone, tra cui due paramedici, il parroco di Qlayaa Pierre El Raii e, secondo le stime di Save the Children, almeno 83 bambini. L’ong sottolinea che «in dieci giorni dai primi attacchi in Medio Oriente e nella regione, quasi 300 bambini sono stati uccisi in tutta l’area, l’equivalente di più di uno ogni ora».
Nel tentativo di fermare l’escalation, il premier e il presidente libanese, Nawaf Salam e Joseph Aoun, hanno chiesto negoziati immediati con Israele per porre fine ai bombardamenti. Nello stesso tempo hanno accusato Hezbollah di voler causare «il crollo del Libano». Secondo indiscrezioni di Axios, Beirut avrebbe chiesto la mediazione degli Stati Uniti, ma la reazione di Washington e di Israele sarebbe stata improntata a freddezza e scetticismo.
Il peso della crisi si riflette anche sulla vita istituzionale del Libano. Il Parlamento di Beirut ha infatti deciso di rinviare di due anni le elezioni che erano previste per maggio, proprio a causa del conflitto in corso. Un altro segnale del fatto che la guerra non sta solo provocando vittime e distruzioni, ma sta anche congelando la vita politica dei Paesi coinvolti.
Nel frattempo anche l’Iran continua a essere colpito. Gli attacchi sono proseguiti su Teheran e su varie altre città, tra cui Isfahan, che ospita uno dei siti nucleari del Paese. Il bilancio dei morti è salito a oltre 1.255.
La nomina di Mojtaba Khamenei avviene dunque in un momento in cui la Repubblica islamica deve affrontare insieme la successione al vertice, la guerra aperta e una pressione militare crescente su snodi strategici del proprio territorio.
Alla prosecuzione dei raid, i pasdaran hanno risposto con nuovi lanci di missili verso Israele. Tra questi, uno ha colpito un cantiere edile a Yehud, uccidendo due lavoratori di nazionalità cinese.
Il comandante aerospaziale delle Guardie rivoluzionarie, Majid Mousavi, ha annunciato che la «lunghezza d’onda» e l’intensità dei lanci di missili aumenteranno e che gli attacchi diventeranno sempre più ampi. Il messaggio è rivolto anche ai Paesi vicini, come Giordania e Bahrein, dove caccia britannici hanno già intercettato e abbattuto droni iraniani.