Martedì 17 Febbraio 2026

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Stampa genuflessa e Stato di diritto fatto a pezzetini: è il sistema Gratteri

La cosa che stupisce è che nessuno abbia chiesto conto al procuratore di Napoli di aver detto una cosa che neanche ai superpoliziotti è permesso dire: che un cittadino “indagato o imputato” è uguale ad un colpevole conclamato

16 Febbraio 2026, 16:59

17 Febbraio 2026, 11:13

Gratteri

Qui da noi certe volte la realtà supera la fantasia, anche la più sfrenata, che a sua volta viene superata dalle imprese della stampa italiana. Stiamo ai fatti. Un procuratore della Repubblica, inopinatamente eletto a vate mediatico dell’ANM per la campagna referendaria, dopo che per anni ha dipinto il sindacato dei magistrati in termini così malevoli che al confronto il Cavaliere poteva richiedere la tessera di MD (tanto la cosa sarebbe restata segreta a leggere le risposte dell’ANM alle richieste di questo giornale), proclama all’universo mondo che sicuramente «voteranno sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, e tutti i centri di potere che avrebbero vita facile con una gestione efficiente della giustizia».

La frase in italiano sembra, in questo caso, chiara e rispettosa della consecutio, c’è poco da interpretare. Soprattutto perché segue una affermazione precedente fatta con altrettanta sicumera «voteranno per il no tutte le persone per bene, che credono che la legalità sia un pilastro importante per il cambiamento della Calabria». Lo scambio di battute avviene con la redattrice di una testata locale certamente in buoni rapporti con l’intervistato, tanto da suggerirgli con un sorriso, di fronte ad una iniziale esitazione, che a votare sì sarebbero stati, sic et sempliciter, «quelli che hanno avuto guai con la giustizia». Il che, tutto sommato, non sarebbe stato sbagliato, considerato che uno che ha visto il sistema all’opera sulla propria pelle dubbi sulla separazione non ne può avere.

Bum, scoppia la bomba e tutti i media, dai più grandi ai più modesti, vengono inondati dalle dichiarazioni scandalizzate di quelli che si battono per il e ritengono queste affermazioni del tutto sconvenienti. Il ministro di Giustizia, per la verità, va oltre, visto che si chiede se il test psico attitudinale che ha proposto per l’ingresso in magistratura non debba essere ripetuto anche più in là. Ci si aspetta che aprano bocca anche i rappresentati del comitato del NO di Anm per prendere le distanze, ma quelli sulle prime tacciono, perché evidentemente le parole sono chiare e quel consesso è pieno di teste d’uovo del diritto che canticchiano in latino anche sotto la doccia e sanno bene che in claris non fit interpretatio.

Visto che i generali, perplessi, stanno zitti, scende in campo la cavalleria stampata, cioè quella parte dell’informazione embedded da decenni sul carro dell’ANM. Il problema, però, è che le frasi sono inequivoche e allora bisogna cambiarle. Ci pensa Formigli in prime time, con la voce rotta non si sa se dall’emozione o dal raffreddore. In fretta e furia organizza un collegamento con Gratteri, che viene lanciato dall’ANSA come breaking news, manco fosse l’annuncio che il Papa si sposa. Lì il conduttore si fa concavo e convesso per permettere al protagonista una convincente spiegazione. Che sarebbe la seguente: gli hanno «parcellizzato» le dichiarazioni, e poi, suvvia, si parlava solo della Calabria.

Ora è vero che il termine supercazzola l’abbiamo coniato noi italiani ma il senso del discorso sembrava chiaro: le brave persone votano no, i malamente votano sì. Specificare che la faccenda riguarda la Calabria non cambia il senso, al più la circoscrive, aggravandola. Uno si aspetta che Formigli faccia davvero il suo mestiere di giornalista, e invece no, quello sta lì solo per reggere il microfono e dare le battute. Più che una intervista è una genuflessione. Comunque la teoria della parcellizzazione, che già detta così fa ridere, monta e anzi permette all’intervistato di rammentare che lui ha combattuto il male in Italia e all’estero, persino nella giungla sudamericana perciò le critiche non lo intimidiscono. Cosa già detta in passato.

Anche al suo arrivo a Napoli, di fronte ad un documento degli avvocati napoletani che puntualizzava alcuni principi sacrosanti, in maniera signorile come solo a Napoli sanno fare, il procuratore se l’era presa a male e aveva specificato dalla Gruber che avendo lui combattuto le Farc a casa loro la Camera Penale non gli faceva paura. Anche allora la Gruber, che in genere sbrana gli intervistati, invece di dirgli “Scusi ma che c’entra con le critiche degli avvocati? Mica sono terroristi” s’era fatta talmente piccola che il Fracchia di Villaggio al confronto pareva Tarzan.

Nel casino che succede dopo l’intervista al Corriere della Calabria, nella stampa italiana, più che la fantasia, va al potere il surrealismo. Repubblica, il giorno dopo, fa un titolo che sembrerebbe dare ragione a quelli che si sono scandalizzati, posto che recita “Imputati e massoni per il sì”, ma poi recupera l’ortodossia nel catenaccio riportando la reazione di Gratteri alle critiche che proclama “Non mi zittiscono”, che poi è l’unico pericolo che non si corre, visto che parla in continuazione.

Nel pezzo che segue si sottolinea che Gratteri aveva anche specificato che non vuole PM superpoliziotti. Proprio lui. Breton, dall’aldilà, comincia sbraitare che vuole il copyright. Il Corriere invece sceglie la linea dell’understudment, e mette la notizia a pagina 22, senza richiamo in prima. Curioso. Giustamente le prime pagine del giornale erano dedicate alla Brignone che aveva vinto il primo oro, strano però che il capitombolo del front man dell’ANM e la bufera politica che ne è seguita venga messo dopo la notizia sull’esito delle elezioni in Bangladesh. A essere maliziosi si potrebbe pensare ad una manovra del Comintern giudiziario del giornale.

Il giorno successivo Gratteri precisa allo stesso giornale che lui non ha detto nulla di strano, ma solo che la mafia e la ‘ndrangheta votano Sì, mica che tutti quelli che votano Sì sono criminali. «E’ la lingua italiana. Basta leggere… con la grammatica italiana davanti» conclude. Un consiglio ineccepibile rispetto a molte sue esternazioni, ma del tutto inutile per questa. Resta il mistero di chi gliel’ha detto. Ovviamente l’intervistatrice ingoia tutto come se si abbeverasse direttamente dal Santo Gral. Comunque la cosa che stupisce è che nessuno, fin dal principio, gli abbia chiesto conto di aver detto una cosa che neanche ai superpoliziotti è permesso dire, e cioè che un cittadino “indagato o imputato” è uguale ad un colpevole conclamato. E questo vale per tutta l’Italia, Calabria inclusa, dove peraltro la percentuale di indagati e imputati che viene assolta e indennizzata per ingiusta galera è la più alta di Italia.

Nessuno fin qui che lo abbia interrogato sul fatto che, con quelle parole, oltre ad un piglio da Stato etico, ha dimostrato che la “cultura della giurisdizione”, che tanto si affannano a magnificare sulle pagine dei loro giornali, va a ramengo. Già, perché la faccenda, senza fare i saccenti, più che avere a che fare con la modifica futura riguarda la Costituzione attuale nella parte che parla della presunzione di non colpevolezza, all’art. 27. Quella carta che descrivono come la più bella del mondo ma non se la studiano. No, nessuno, anche perché qui da noi la stampa quella norma l’ha abrogata da tempo.

Nella latitanza del Quarto potere rimaniamo tutti in attesa di una sillaba da parte del CSM che però, quando arriva, fa fare un figurone persino a Formigli. Praticamente tutti i membri togati tranne uno (l’unico libero dal giogo delle correnti) stilano un comunicato che sembra ideato da Petrolini. Dopo aver sposato in pieno la teoria della parcellizzazione, stigmatizzando come si sia “costruita” una polemica su “singole frasi del Procuratore della Repubblica di Napoli”, affermano che “interrogarsi su interessi e convenienze - anche criminali - che possono muoversi attorno ad una riforma non è una eresia, è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche”. E voilà, da oggi tutti i magistrati potranno sparare illazioni e congetture ad alzo zero sul cui prodest della riforma senza timore di censure da parte di chi ne amministra la disciplina. E potranno buttare alle ortiche anche la presunzione di non colpevolezza, per giunta.

Naturalmente aggiungono che il tutto va fatto “con rigore e misura, senza generalizzazioni, e nel pieno rispetto della libertà del voto” ma, visto che ci sono, rammentano che l’attuale assetto ordinamentale e costituzionale ha permesso di “sconfiggere il terrorismo rosso e nero e combattere e ridimensionare efficacemente le mafie”. In pratica uno spot neppure troppo velato per il NO, anzi, peggio, per le parole d’ordine più sbracate di quello schieramento. Quelle che dicono, senza argomenti e mentendo spudoratamente, che il nuovo assetto favorirebbe i delinquenti oltre che i potenti. Non manca infine una imbarazzante rampogna a quei consiglieri che hanno tentato di “trascinare il CSM nel dibattito referendario”. Più che un auspicio sembra un lapsus freudiano, considerato che con questo documento la cosa avviene, e nel peggiore dei modi.

Nel week end la pochade si arricchisce di un nuovo capitolo. Nordio ricicla una affermazione di Di Matteo, e dichiara che “il sorteggio romperà il meccanismo para-mafioso delle correnti”. Apriti cielo. Anche questa bombetta scoppia lo stesso giorno dell’ennesimo trionfo della Brignone, ma finisce in prima pagina su tutti i giornali. Anche al Corriere decidono che merita risalto, stavolta, eppure in Bangladesh ancora non si è formato il governo. Repubblica poi fa il massimo. Poiché era stato proprio quel giornale, anni fa, a titolare l’intervista di Di Matteo con un significativo “Le correnti? Metodo mafioso seguire l’appartenenza per le nomine” oggi ci spiegano che però si trattava “di una critica alla magistratura dal suo interno e non di un attacco politico del guardasigilli”.

Spiegazione da Terza Internazionale e anche un po’ illogica: se la faccenda la definisce mafiosa un magistrato icona dell’antimafia semmai dovrebbe essere più grave. Il fatto è che la parola mafia è scandalosa in bocca a Nordio (che si poteva risparmiare la citazione provocatoria sapendo che sarebbe stata strumentalizzata) mentre è accettabile in bocca a Gratteri e Di Matteo. Due pesi e due misure dice qualcuno, io dico che anche questo dimostra che parte della stampa non informa, tifa. Brutto periodo per il Terzo e il Quarto potere uniti nella lotta.

Più che indignazione in molti alberga un profondo senso di desolazione per il livello incivile del dibattito e della informazione sul medesimo. Ma forse tutto questo si trasformerà in meglio. Gli italiani forse capiranno che le bugie e le esagerazioni sono gli unici argomenti della campagna del sindacato dei magistrati e di quella parte dello schieramento politico e mediatico che lo supporta. Hanno detto, e continuano a dire, bugie su Falcone, tutti, non solo Gratteri; hanno dipinto una battaglia liberale come un tentativo di indebolire la giustizia, addirittura come un disegno che porterà ineluttabilmente ad avere pm e giudici sotto il domino del governo. Così facendo insultano ogni giorno la memoria di Vassalli, di Pisapia, di Conso, oltre che le idee che da decenni portano avanti i penalisti italiani e buona parte dell’accademia. Stanno riducendo il dibattito ad una indecorosa querelle della quale è responsabile anche l’informazione. Magari tra qualche decennio qualcuno dei politici, dei magistrati e soprattutto dei giornalisti embedded, ci scriveranno sopra libri pensosi e autocritici raccontando la verità, come è successo per Tangentopoli. Non li comprate.