Giovedì 12 Febbraio 2026

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Così la “privacy” invocata dall’Anm blinda le correnti

Se solo il 23% è iscritto alle correnti, per Guzzetta, «servono dati sui ruoli che contano, altrimenti la trasparenza è una suggestione»

11 Febbraio 2026, 19:12

12 Febbraio 2026, 08:19

Così la “privacy” invocata dall’Anm blinda le correnti

«Esistono degli obblighi dovuti alla riservatezza». Con queste parole l’Associazione nazionale magistrati ribadisce l’impossibilità di diffondere i nomi degli iscritti al sindacato delle toghe. Una questione spinosa, che tiene in campo due diverse e oggettive esigenze: quella di tutelare la privacy dei singoli e quella della trasparenza. Ma dietro il muro della riservatezza si muove un dibattito che investe la natura stessa del potere associativo e il suo impatto sulle carriere dei magistrati italiani.

Il rifiuto di rendere pubblici gli iscritti non incontra pareri unanimi. «È una richiesta che ho sentito fare la prima volta da Previti quando ero appena entrato in magistratura - commenta Giovanni Zaccaro, segretario di Area -. Sembra una canzone di Venditti: “Certi incubi non finiscono... fanno dei giri immensi e poi ritornano”». Insomma, una richiesta irricevibile. Non è un tabù, invece, per Claudio Maria Galoppi, segretario di Magistratura indipendente, la corrente “moderata” e al momento più forte all’interno della magistratura. I nomi degli iscritti, spiega al Dubbio, sono in possesso soltanto della Giunta dell’Anm e, dunque, una cerchia molto ristretta. «Fosse per me, e parlo a titolo personale, non a nome di Mi, farei la discovery completa su tutto», spiega.

L’opacità degli elenchi si scontra con una realtà numerica che fotografa il peso delle correnti: i magistrati iscritti all’Anm sono circa 9.200, l’assoluta maggioranza; ma quelli iscritti a una corrente sono circa 2.100. Una “minoranza attiva” del 23% che, tuttavia, sembra detenere le chiavi di accesso alla quasi totalità dei posti di comando. Su questo punto, l’analisi di Giovanni Guzzetta, ordinario di diritto costituzionale e pubblico presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata”, sposta l’attenzione dal dato nominale a quello del peso istituzionale: «In realtà il dato grezzo non dimostra di per sé uno scarso peso delle correnti nell’Anm - spiega -. In ogni fenomeno associativo, soprattutto se a carattere sindacale, ci sono membri più attivi e membri semplicemente iscritti. Il dato rilevante sarebbe quello di sapere qual è il peso reale di quel 23 per cento nei ruoli che contano. Ad esempio, quanti componenti degli organi direttivi dell’Anm sono iscritti alle correnti e quanti no? Quanti appartengono alle correnti tra coloro che vengono nominati negli uffici direttivi o semidirettivi? Quanti sono componenti del Csm e quanti magistrati in funzioni amministrative al Csm, a cominciare dal Segretario generale, appartengano alle correnti? Questo sarebbe il dato significativo, ma non mi pare sia stato fornito. Né per il presente, né per il passato».

Che l’Anm debba diventare più trasparente è opinione anche di Andrea Reale, della anti-corrente Articolo 101, che aveva già sollevato la questione quando il sindacato delle toghe negò a Luca Palamara l’elenco degli iscritti e secondo cui tale scelta sarebbe incompatibile con l’articolo 7 dello Statuto dell’Anm, che impone trasparenza e vieta la partecipazione ad associazioni che richiedano promesse di fedeltà. «L’Anm, come associazione di magistrati, dovrebbe essere la prima casa di vetro, perché deve garantire non soltanto la piena conoscenza di tutti i suoi associati, ma essendo a sua volta un’associazione di associazioni e conoscendo il fenomeno del correntismo come un dato ormai storico e assodato dovrebbero, a maggior ragione, garantire e pubblicizzare l’elenco di tutti gli aderenti - sottolinea -, anche per comprendere se effettivamente il tanto denunciato fenomeno della degenerazione correntizia si realizzi e come effettivamente e plasticamente possa essere evidenziata la scelta di un direttivo o di un semidirettivo in relazione anche all'appartenenza ad uno di questi gruppi».

Guzzetta suggerisce che una trasparenza aggregata risolverebbe il nodo della privacy senza nascondere la realtà: «Per rispondere a queste domande non c’è bisogno di rivelare i nomi - insiste -. Per sapere quanti presidenti di tribunale o procuratori-capo sono iscritti a una corrente è sufficiente fornire i dati aggregati e anonimi. Al limite non c’è nemmeno bisogno di dire a quale corrente appartengano. Non si tratta di pretendere trasparenza, ma se si sceglie di fornire dati per il dibattito nella campagna referendaria, questi dati dovrebbero essere significativi e non mere suggestioni. Perché potrebbero essere anche un boomerang. Se con il solo 23 per cento degli iscritti si rivelasse che il peso delle correnti nei ruoli che contano è del tutto sproporzionato rispetto al totale degli iscritti, la situazione sarebbe ancora più preoccupante».

Senza questi dati, l’unanimità del Plenum sulle nomine - spesso vicina al 100% - viene letta non come eccellenza, ma come sospetto. Sul punto, Reale concorda con il togato indipendente del Csm Andrea Mirenda: «La descrizione che ha dato è molto verosimile, realistica e soprattutto inquietante e dimostra che il sistema anche di spartizione in ordine agli incarichi direttivi e semidirettivi non è assolutamente cambiato - sottolinea -. L’unanimità, in realtà, è una sorta di mistificazione della scelta per merito e spesso e volentieri nasconde degli accordi che invece che farsi in modo aperto, magari all’interno del Consiglio, possono essere ancora più opachi e operarsi in altri contesti esterni rispetto all’organo competente». Lo stesso Mirenda aggiunge: «Segreti i nomi degli associati all’Anm? Segreti gli iscritti alle correnti? Il solo pensiero mette inquietudine ed evoca scenari assai più complessi…».

In questo quadro di spartizione su “scacchiera”, c’è chi, come Galoppi, rivendica la propria autonomia: «Io non mi occupo e non voglio sapere nulla di nomine - aggiunge -. Mi sono sempre determinato, a volte sbagliando, in scienza e coscienza, cosa che ho detto sempre detto di fare a tutti i colleghi. Ma la mia è una corrente un po’ sui generis. Chi ricopre incarichi per Mi deve seguire una sola indicazione: agire in scienza e coscienza, senza ascoltare nessuno. Cosa che io ho sempre fatto anche quando stavo al Csm». Eppure, è la stessa architettura elettorale attuale a codificare lo strapotere dei gruppi. Anche se la riforma Cartabia ha abolito le firme per le candidature al Csm, il candidato, se vuole garantirsi l’elezione, deve comunque collegarsi ad una corrente, dichiarandolo al momento della presentazione della candidatura in Cassazione. Una precauzione-salvagente che nel proporzionale garantisce l’elezione mediante fruizione dei voti dei non eletti tra i candidati collegati. Se la carriera dipende da questo “paracadute” associativo, l’indipendenza rischia di restare un concetto vuoto, confermando che, senza una “casa di vetro”, lo strapotere correntizio resta l’unico algoritmo funzionante.