Papa Francesco
Il 2025 si è chiuso come era iniziato, anzi peggio. I numeri che arrivano dalle nostre carceri non sono solo statistiche, ma i rintocchi di un'emergenza che non trova pace. Al 15 dicembre, l'Italia conta 63.689 detenuti stipati in posti che, nella realtà dei fatti, sono poco più di 45.000. È una matematica dell'orrore quella che ci consegna il Garante campano Samuele Ciambriello: oltre 17.000 persone in più rispetto alla capienza reale. Significa celle pensate per due dove si aggiunge la terza o quarta branda, significa ambienti che diventano momenti di tensione compressa, significa un sistema che ha smesso di essere rieducativo per diventare una "discarica sociale".
In questo anno del Giubileo, le speranze accese da Papa Francesco e dagli appelli del Presidente Mattarella sono state schiacciate sotto il peso di una visione “carcerocentrica” che non vuole vedere quello che succede oltre i cancelli. Lo abbiamo visto negli 80 suicidi che, nell’anno appena passato, hanno strappato la vita a uomini e donne che lo Stato aveva in custodia e che non ha saputo proteggere. Una strage silenziosa che non ha risparmiato nessuno: si sono tolti la vita anche un educatore e tre agenti di polizia penitenziaria, di cui uno di Secondigliano e un ragioniere del carcere di Parma. Il carcere mangia tutti, chi sta dentro e chi ci lavora, perché l'aria lì dentro è diventata irrespirabile.
Guardando dentro queste mura, troviamo una realtà che umilia la dignità umana ogni singolo giorno. Ci sono carceri come San Vittore dove il sovraffollamento tocca punte del 240%. A Roma, Regina Coeli è al 184%. In queste condizioni, anche i gesti più semplici diventano una tortura. Roberto Giachetti di Italia Viva lo ha denunciato con forza: ci sono detenuti che con 40 gradi all'ombra sono costretti a urinare nelle bottiglie di plastica perché in cella non c'è spazio o non funzionano i servizi, e poi devono consegnarle agli agenti per farle svuotare. È questo il volto del sistema penitenziario nel 2025. Non sono incidenti isolati, è la quotidianità di un Paese che ha smesso di guardare in faccia la sofferenza. La sofferenza è palpabile soprattutto nei primi giorni di detenzione, dove il “trauma da ingresso” vince sulla speranza, o alla fine, quando il deserto che attende fuori fa più paura delle sbarre. Metà delle persone che tentano il suicidio sono recluse da pochi giorni, l'altra metà lo fa quando manca poco alla libertà. È il segno di un fallimento totale: il carcere non riabilita, terrorizza o annienta. E chi ne esce, spesso, porta con sé solo i segni della sconfitta, alimentando una recidiva che sfiora il 70% per chi non ha avuto accesso alle misure alternative.
Il governo ha provato a rispondere con i decreti, con i commissari straordinari all'edilizia, con le promesse di nuovi padiglioni. Ma il "Decreto Carceri" del 2024 è stato un fallimento evidente. Le case di accoglienza per i detenuti senza fissa dimora sono rimaste in gran parte un miraggio sulla carta, l'elenco delle strutture idonee non è stato adottato nei tempi previsti e i rimpatri dei detenuti stranieri – altra vecchia ricetta fallimentare – sono rimasti bloccati per la mancanza di accordi reali con gli Stati di provenienza. Intanto la popolazione detenuta è cresciuta al ritmo di 400 unità ogni mese.
In Campania la situazione è al limite della civiltà. Ciambriello ha lanciato un allarme che nessuno sembra voler ascoltare: il diritto alla salute è negato. Nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano, ogni settimana, per 50 o 60 volte manca la scorta di polizia per portare i detenuti alle visite specialistiche o ai ricoveri già prenotati. Persone che soffrono, malati oncologici, padri e figli che attendono cure e che restano chiusi in cella perché non c'è personale per accompagnarli. È una “discarica sociale” dove mancano medici, psichiatri e dove l'unica risposta che viene data con facilità è la somministrazione di psicofarmaci. Il lavoro dei magistrati di sorveglianza è sepolto da migliaia di istanze arretrate.
A Poggioreale c'è un educatore ogni 92 detenuti, a Verona uno ogni 153. È umanamente impossibile fare “rieducazione” in queste condizioni. Gli agenti di polizia penitenziaria si ritrovano a fare da psicologi, infermieri e mediatori, spesso dovendo gestire da soli interi reparti con centinaia di persone durante i turni notturni. È un sistema che sta in piedi solo per l'abnegazione di chi ci lavora, ma che è sull'orlo del tracollo.
Proprio mentre il Papa apriva la Porta Santa a Rebibbia il 26 dicembre 2024 – un gesto storico, la prima volta di una porta del Giubileo aperta in un carcere – la politica si girava dall'altra parte. Roberto Giachetti e Rita Bernardini hanno provato a scuotere il Parlamento con la proposta di legge AC 552 sulla liberazione anticipata speciale. Una proposta semplice: aumentare lo sconto di pena per chi si comporta bene, portandolo a 60 o 75 giorni a semestre. Sarebbe stata una boccata d'ossigeno immediata per svuotare le celle senza costi per lo Stato. Rita Bernardini ha messo ancora una volta il suo corpo a disposizione della causa con lunghi scioperi della fame, parlando di un “Grande Satyagraha” per la dignità. Eppure, la maggioranza ha frenato, nonostante l'interessamento del presidente del Senato Ignazio La Russa di Fratelli d'Italia. Senza parlare l’attivismo del deputato Riccardo Magi di + Europa e Fabrizio Benzoni di Azione.
Ma se la politica tentenna, la magistratura superiore ha iniziato a tracciare una rotta diversa. Tre sentenze nel 2025 hanno segnato un punto di non ritorno. La più importante è la n. 201, depositata il 29 dicembre dalla Corte Costituzionale. I giudici della Consulta hanno bocciato quella parte del decreto del governo che voleva rendere lo sconto di pena un automatismo da valutare solo alla fine della detenzione o in caso di richiesta di benefici. No, ha detto la Corte: il detenuto ha il diritto di avere una risposta dal magistrato semestre dopo semestre. Sapere che il proprio buon comportamento viene riconosciuto subito è uno stimolo fondamentale per cambiare vita. Togliere questo dialogo significa togliere la speranza di riscatto. Non è stata l'unica vittoria del diritto.
La Consulta ha anche abbattuto il muro delle due ore d'aria per i detenuti al 41-bis, stabilendo che limitare così tanto la permanenza all'aperto lede la salute e la dignità senza aggiungere nulla alla sicurezza. E ancora, con la sentenza numero 24, ha cancellato gli automatismi che impedivano i permessi premio a chi aveva subito sanzioni disciplinari anni prima, ridando al magistrato il potere di valutare il percorso reale della persona. È la Costituzione che riprende i suoi spazi, centimetro dopo centimetro.
Ora però siamo nel 2026 e non possiamo più permetterci di aspettare solo le sentenze dei giudici. Il sistema è talmente saturo che persino le corti estere stanno iniziando a dubitare di noi. In Germania e in Olanda ci sono stati giudici che hanno sospeso la consegna di detenuti all'Italia perché le nostre carceri sono state giudicate “inumane” e degradanti. È un'umiliazione per un Paese che si vanta di essere la culla del diritto. Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, ha definito i suicidi “una ferita alla dignità umana” e il sovraffollamento un contrasto aperto con la nostra Carta fondamentale. Papa Francesco, durante il Giubileo dei Detenuti in San Pietro, ha chiesto atti di clemenza perché “nessuno vada perduto”.
Giorgia Meloni ha dimostrato in politica estera di avere il coraggio di fare scelte difficili, anche se non piacciono a tutto il suo elettorato. Lo faccia anche per le carceri. Non serve populismo penale, non serve inventare nuovi reati ogni volta che c'è un fatto di cronaca. Serve il coraggio riformista di una misura deflattiva vera, di un investimento massiccio sulla salute mentale e non solo sulle manette. Serve rendere il carcere l'ultima spiaggia e non la prima risposta a ogni disagio sociale. Il 2026 deve essere l'anno del cambiamento, o il “silenzio che grida” diventerà un boato che nessuno potrà più ignorare.