Le reazioni
Camera dei deputati - Informativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’azione del governo
Elly Schlein sceglie la linea dell’affondo frontale contro Giorgia Meloni nell’Aula della Camera, subito dopo l’informativa della presidente del Consiglio sull’azione di governo. Il cuore dell’intervento della segretaria del Pd sta tutto in una frase che sintetizza il giudizio politico sul referendum e sull’esecutivo: «Presidente, il suo è stato un discorso di autoconvincimento. Lei ci sfida, ma vi do una notizia, l’avete già persa quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e avete perso».
Il riferimento è all’esito del referendum sulla giustizia, che Schlein usa come base per contestare la lettura data dalla premier e per ribaltare l’impianto del suo discorso. Nella replica dem, il voto popolare non rappresenta un incidente di percorso ma una bocciatura netta dell’impostazione del governo. Da lì si allarga poi una critica complessiva che tocca economia, lavoro, sanità, dissesto idrogeologico, rapporti con gli Stati Uniti e collocazione europea dell’Italia.
La segretaria del Partito democratico insiste fin dalle prime battute sul significato politico del voto. «Il suo è stato un discorso di autoconvincimento. Lei ci sfida, ma le do una notizia, l’avete già persa quella sfida perché avete sfidato la Costituzione ed il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne». È una contestazione diretta alla premier, che aveva invece rivendicato la volontà di proseguire sul terreno della riforma della giustizia nonostante il risultato referendario.
Schlein non si limita a segnalare la sconfitta, ma la trasforma in una prospettiva politica più ampia. «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione: non vi preoccupate, vi accontenteremo». Una chiusura che dà alla replica il tono della sfida aperta e del tentativo di costruire l’idea di un’alternativa già in cammino.
Un altro asse dell’intervento è quello dell’incoerenza attribuita alla presidente del Consiglio. Secondo Schlein, Meloni avrebbe sprecato l’occasione di cambiare davvero il Paese pur avendo avuto i numeri parlamentari per farlo. «Che occasione storica ha sprecato, presidente, di cambiare questo Paese: avevate qui i numeri per cambiare tutto e non avete fatto nulla per cambiare in meglio la vita degli italiani».
La leader dem allarga poi il bilancio a quattro anni di governo, sostenendo che di Meloni resteranno soprattutto alcune bocciature pesanti: «Di lei si ricorderanno un’autonomia bocciata dalla Corte costituzionale, una riforma costituzionale bocciata dai cittadini e un premierato prima proposto e poi tenuto nascosto». In questa lettura, il tratto distintivo dell’esecutivo non è la stabilità rivendicata dalla maggioranza, ma una distanza crescente tra annunci e risultati.
Sul terreno economico, Schlein colpisce il governo là dove Meloni aveva difeso l’azione dell’esecutivo di fronte alla crisi internazionale e al rincaro dell’energia. «Quei pochi centesimi di sconto che avete dato, se la tregua non diventa pace, se li mangeranno gli aumenti dei carburanti di questi giorni. Chi volete prendere in giro?».
La segretaria Pd lega così il tema dei carburanti a una condizione sociale più ampia, fatta di fragilità economica diffusa. «Milioni di italiani in questo momento stanno scegliendo se ritardare il pagamento delle bollette o dell’affitto, se possono permettersi una visita nel privato o devono invece rinunciare a curarsi». È un passaggio che prova a riportare il dibattito dai grandi scenari geopolitici alla vita quotidiana delle famiglie.
Schlein definisce questo il «bilancio economico e sociale di quattro anni del suo governo», e lo usa per sostenere che l’esecutivo abbia mancato l’obiettivo di migliorare concretamente la vita degli italiani. Nella sua ricostruzione, la distanza tra la narrazione del governo e la condizione reale del Paese resta il punto più debole della maggioranza.
Uno dei passaggi più strutturati della replica riguarda il lavoro. Schlein richiama l’articolo 1 della Costituzione e oppone alla formula «l’Italia è fondata sul lavoro» una realtà che, a suo dire, il governo starebbe aggravando. «La vostra è fondata sul lavoro povero e sul lavoro precario, e continuate a negare il salario minimo a 4 milioni di lavoratrici e lavoratori che sono poveri anche se hanno un lavoro».
La segretaria Pd contesta anche il modo in cui la maggioranza legge i dati sull’occupazione. A suo giudizio, dentro quei numeri dilaga il lavoro povero, mentre l’Ocse avrebbe già segnalato problemi persistenti sull’occupazione femminile e giovanile. Il risultato, nella sua lettura, è un Paese in cui ai giovani si offrono soprattutto stage gratuiti e poche prospettive di crescita.
Da qui la promessa politica: «Toccherà a noi approvare subito un salario minimo», insieme a misure contro sfruttamento, caporalato, part-time forzato e stage non retribuiti.
Schlein contesta il governo anche sul terreno della sicurezza, accusandolo di avere puntato tutto sulla repressione e nulla sulla prevenzione. Sostiene che i reati siano aumentati e che l’esecutivo scarichi le responsabilità sui sindaci, mentre i soldi spesi per i centri in Albania avrebbero potuto essere usati diversamente.
L’affondo è netto: il governo dovrebbe «riportare in Italia i soldi che avete buttato in quei centri illegali in Albania e usarli per aumentare le forze di polizia e pagare meglio i loro stipendi». Nello stesso ragionamento inserisce anche la sanità, affermando che se fosse stato investito «un euro per ogni nuovo reato sulla sanità pubblica, le liste d’attesa oggi sarebbero già alla metà».
La sanità, nelle parole della leader dem, diventa così uno dei terreni su cui il centrosinistra proverà a marcare la propria alternativa, insieme alla costruzione di una rete di assistenza territoriale e a investimenti sulla salute mentale.
Sulla politica estera, Schlein sceglie di colpire Meloni nel punto forse più sensibile della sua informativa: il rapporto con Donald Trump e con gli Stati Uniti. «Due giorni fa Donald Trump ha minacciato di morte un’intera civiltà: è lo stesso uomo per cui lei ha proposto il premio Nobel per la pace, ma quale Nobel per la pace».
Il giudizio si allarga subito al tema della collocazione internazionale dell’Italia. «Nessuno vuole rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti, ma ci si sta a testa alta, senza subalternità, dicendo a Trump e a Netanyahu che si devono fermare». Schlein contesta quindi non soltanto il rapporto con Washington, ma anche la difficoltà del governo a scegliere «fino in fondo l’Europa».
Nel suo intervento la leader Pd richiama anche l’articolo 11 della Costituzione, sostenendo che l’Italia «ripudia la guerra» e che il governo dovrebbe guidare «la difesa del diritto internazionale» e un salto in avanti nell’integrazione europea. A questo si aggiunge il riferimento agli attacchi in Libano, dove Schlein accusa l’esecutivo di non avere detto con sufficiente chiarezza a Israele che deve fermarsi.
C’è poi un passaggio dedicato alle emergenze territoriali. Schlein invita il governo a fare in fretta nel sostenere Molise, Abruzzo, Puglia e a non dimenticare la Sicilia. Ma anche qui la conclusione è politica: «Toccherà a noi fare un grande piano contro il dissesto». Il Pd prova così a collocarsi come forza capace di tenere insieme giustizia sociale, tutela del territorio e pianificazione pubblica.
La parte finale dell’intervento di Schlein è tutta costruita sul verbo del futuro e sulla pretesa di un’alternativa pronta a prendere forma. «Toccherà a noi costruire l’alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire finalmente ad attuare fino in fondo la Costituzione».