Stop al referendum
ANGELO BONELLI POLITICO, GIUSEPPE CONTE POLITICO, NICOLA FRANTOIANNI POLITICO, ELLY SCHLEIN POLITICO, ROBERTO GUALTIERI SINDACO DI ROMA
La vittoria del No al referendum sulla giustizia diventa subito, per le opposizioni, molto più di un successo sul merito della riforma. A Roma, tra cori, bandiere e richiami alla Costituzione, il risultato delle urne viene letto come il primo vero segnale di una possibile alternativa politica al governo Meloni. Sul palco e nelle piazze si ritrovano Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, mentre i dati ufficiali confermano che il No ha vinto con il 53,56%, pari a circa 14,7 milioni di voti, contro il 46,41% del Sì.
Il messaggio che arriva dalle opposizioni è chiaro: quei voti non devono disperdersi. Devono diventare il primo mattone di un progetto più ampio in vista delle Politiche.
La scena finale della giornata è quella di piazza Barberini, dove i leader del centrosinistra e del cosiddetto campo largo si ritrovano insieme dopo il lungo corteo partito verso piazza del Popolo e promosso dalla Cgil di Maurizio Landini. Le cronache raccontano di cori come «Siamo tutti antifascisti», «Giorgia Meloni vattene» e «Meloni stiamo arrivando», mentre l’atmosfera della festa si accompagna a un messaggio politico sempre più esplicito: la bocciatura della riforma di Carlo Nordio viene interpretata come una sconfitta diretta per il governo.
In piazza si canta Bella ciao, si balla e ci si abbraccia. Ma dietro la festa c’è già una proiezione in avanti, verso una possibile costruzione di alternativa.
È Elly Schlein a dare al risultato un significato immediatamente politico. Dal palco ringrazia la piazza e soprattutto i più giovani, rivendicando che la mobilitazione ha difeso la Costituzione. «Abbiamo vinto e questa vittoria è vostra, avete difeso la Costituzione», dice. Poi prende un impegno preciso: «Batteremo Giorgia Meloni alle Politiche».
La segretaria del Pd insiste sul fatto che l’esito del referendum non può essere considerato un episodio isolato. «C'è già una maggioranza alternativa a questo Governo e noi lavoreremo per essere all’altezza delle vostre aspettative», afferma, promettendo che dopo questa mobilitazione condivisa la parola chiave sarà unità. «Continueremo ad essere testardamente unitari», assicura.
Per Schlein, inoltre, con un’affluenza alta e un risultato così netto, dal referendum arriva «un messaggio politico chiaro per Giorgia Meloni», che il governo non può ignorare.
Sulla stessa linea si muove Giuseppe Conte, che vede nella bocciatura della riforma il segnale più serio di crisi politica per la maggioranza. Il leader del M5S sostiene che Meloni possa dire quello che vuole, ma non possa trascurare il significato del voto. Secondo lui, arriva «un avviso di sfratto» nei confronti di un governo che in quattro anni avrebbe prodotto una sola vera riforma, peraltro bocciata dagli elettori.
Conte spinge il ragionamento ancora oltre: per il governo, sostiene, non sarà possibile fare finta di nulla e proseguire come se niente fosse. E da questo passaggio prova a trarre una conclusione politica netta: l’esecutivo va battuto alle urne.
Il primo a trasformare il risultato in una sfida diretta alla premier, però, è Matteo Renzi. L’ex presidente del Consiglio, che sul referendum aveva lasciato libertà di voto a Italia Viva ma si era espresso contro il testo, richiama subito il precedente del 2016. La sua tesi è che, dopo una sconfitta referendaria, non si possa uscire «fischiettando». E il messaggio rivolto a Meloni è esplicito: «Quando il popolo parla, cara Giorgia Meloni, il palazzo deve ascoltare».
Renzi arriva anche a sostenere che da oggi la presidente del Consiglio sia un’«anatra zoppa» e che per lei si apra una fase di difficoltà, con il rischio che anche dentro la maggioranza cominci a incrinarsi la fiducia nel suo «tocco magico». Questa parte della lettura resta chiaramente politica e polemica, ma segnala come il leader di Italia Viva voglia rientrare da protagonista nel gioco del dopo referendum.
Dal versante di Alleanza Verdi e Sinistra, sia Nicola Fratoianni sia Angelo Bonelli spingono per trasformare il successo del No in una proposta politica più definita. Fratoianni insiste sul fatto che da qui in avanti «cambia la musica» e chiede meno ambiguità e più coraggio, mentre Bonelli torna a mettere al centro il tema dell’attuazione della Costituzione contro ogni tentativo di smontarla.
Il punto comune, nelle loro parole, è che il referendum non va considerato una parentesi, ma l’inizio di una fase nuova.
Uno dei segnali politici più interessanti emersi nella serata riguarda il possibile metodo di scelta del futuro leader del centrosinistra. Renzi rilancia l’idea di primarie rapide, convinto che il centrosinistra sia già oggi nelle condizioni di vincere le Politiche. Ma la vera novità arriva da Conte, che apre esplicitamente a primarie non di apparato, bensì aperte ai cittadini.
Anche Schlein non chiude. Anzi, ribadisce la disponibilità già espressa in passato: le modalità per la costruzione del programma e per la scelta del leader andranno trovate insieme, ma se si dovesse andare alle primarie, lei ci sarebbe. È un passaggio ancora iniziale, ma politicamente importante, perché segnala che il tema della leadership non è più un tabù assoluto dentro il campo largo.
Sul futuro immediato pesa però un altro dossier: la riforma della legge elettorale depositata dal centrodestra in Parlamento. Le opposizioni la leggono come un tentativo di riprendere l’iniziativa e, al tempo stesso, come un possibile “antipasto” del premierato. Schlein chiede che venga contrastata, Francesco Boccia invita Meloni a ritirarla e Riccardo Magi parla apertamente di una battaglia durissima da fare in Parlamento e nel Paese.