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Parla la premier

Ora Meloni ”ringrazia” il Colle ma attacca le toghe

La presidente del Consiglio ha accolto l'appello del Quirinale per una campagna referendaria sul "merito"

20 Febbraio 2026, 08:05

Ora Meloni ”ringrazia” il Colle ma attacca le toghe

La premier Giorgia Meloni

Per Giorgia Meloni il dado è tratto. La prudenza, in questa fase, non paga. L’attendismo rischia di erodere consenso e di lasciare spazi aperti, a destra e a sinistra. E così, dopo il fitto giro di riunioni con i collaboratori più stretti a Palazzo Chigi, la linea è stata definita: presidiare ogni fronte, trasformare ogni scontro in un’occasione di mobilitazione in vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.

Due video in due giorni contro altrettante sentenze in materia di migranti e ong non sono un incidente comunicativo. Sono una scelta. L’obiettivo è chiaro: parlare direttamente all’elettorato, evocare lo scontro con una “magistratura politicizzata” e spingere verso il Sì. Anche se ieri sera, in un’intervista concessa a Sky tg 24, ha lodato l’appello del capo dello Stato a smorzare i toni della campagna referendaria..

La decisione del tribunale di Catania di revocare il fermo alla nave Sea Watch 5 e il risarcimento disposto in un altro procedimento hanno acceso la miccia. La Lega ha parlato di «continue provocazioni di alcuni giudici a favore di ONG straniere che trasportano clandestini. Contro l’Italia e gli Italiani. Votare SÌ è un dovere morale». Matteo Salvini ha rincarato la dose: la sentenza è «follia», frutto di «un pregiudizio politico» che si traduce in «azione contro l’Italia e gli italiani».

E ancora: «Chi vota sì al Referendum sceglie di togliere la politica dai tribunali… Con il sì si crea un’Alta Corte che permette di sanzionare anche i giudici, che non sono intoccabili».

Il sottosegretario Nicola Molteni ha parlato di “cortocircuito del sistema”, giudicando “inaccettabile e offensivo” il risarcimento alla ong. Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, ha sostenuto che “c’è una parte di magistratura che vuole applicare la legge come secondo lei dovrebbe essere scritta… facendo politica”. È la saldatura perfetta tra caso concreto e battaglia di principio.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha definito «abnorme» la decisione e ha ringraziato Meloni «per non aver avuto esitazione a denunciare un qualche cosa che ci sembra soprattutto assurda». Pur richiamando, in linea con Sergio Mattarella, a una campagna «sui temi tecnici» e «senza travisare». Un equilibrio che però non sposta l’asse: il messaggio resta politico.

Ed è è duplice. Da un lato, saldare il referendum al tema migratorio, che resta identitario per l’elettorato di centrodestra. Dall’altro, sottrarre spazio alla destra più radicale.

Non è un caso che Vannacci sia l'unico politico di destra contro cui la premier abbia polemizzato, in occasione della conferenza stampa di inizio anno.

Attaccare sui migranti significa rispondere anche a Salvini, evitando che sia il Carroccio a intestarsi in esclusiva la battaglia contro «certe toghe» e contro le ong.

Ma lo scontro è anche esterno. Il post di cordoglio per il militante francese di estrema destra Quentin Deranque, con la denuncia del «clima di odio ideologico che sta attraversando diverse Nazioni europee», ha innescato la reazione di Emmanuel Macron. «Le persone nazionaliste, che non vogliono essere disturbate a casa propria, sono sempre le prime a commentare ciò che accade a casa degli altri. Che ognuno resti a casa sua», ha detto il presidente francese. Alla domanda se si riferisse a Meloni: «Avete capito bene». Da Palazzo Chigi è arrivato «stupore».

Le dichiarazioni della premier, spiegano fonti, «rappresentano un segno di vicinanza al popolo francese colpito da questa terribile vicenda e non entrano in alcun modo negli affari interni della Francia». Una replica che chiude il caso diplomatico ma lo utilizza sul piano interno.

Anche qui, la valenza è soprattutto domestica. Nel post Meloni aveva richiamato la violenza politica e ciò che è accaduto a Torino, tornando ad attaccare i magistrati per alcune scarcerazioni di militanti di estrema sinistra. Un filo rosso che tiene insieme sicurezza, giustizia e referendum, costruendo una narrazione coerente: chi governa difende l’ordine, chi giudica – in alcuni casi – ostacola.

Le opposizioni parlano di “oscena strumentalizzazione” (Riccardo Magi), di “attacchi senza freni” e “pericolosi” (Nicola Fratoianni), di “grave reazione” alle sentenze non gradite (Chiara Braga). Giuseppe Conte invita a “rispettare i provvedimenti dei giudici” e accusa la premier di “inquinare la campagna referendaria”.

Ma a Palazzo Chigi la pensano diversamente: la forma può soffrirne, il galateo istituzionale può scricchiolare, il richiamo alla moderazione può essere messo tra parentesi. Ma l’obiettivo è politico e dichiarato: trasformare il referendum in una prova di forza, in un passaggio identitario capace di ricompattare il blocco elettorale e di segnare un confine netto tra governo e “magistratura politicizzata”.

Non attendere, non arretrare, non abbassare i toni. La linea è questa. E da qui al 23 marzo, salvo sorprese, non cambierà.