Il pestaggio del 23enne Quentin Deranque, attivista della destra identitaria ucciso sabato scorso a Lione da un gruppetto di antifascisti incappucciati, sta arroventando il clima politico anche oltre le Alpi. Il presidente Macron, in visita di stato in India, ha risposto con fastidio inconsueto alle parole premier italiana Giorgia Meloni che aveva commentato la vicenda su X: «I nazionalisti non vogliono essere disturbati nel proprio Paese, allora la smettano di commentare quel che accade in casa d’altri». In altre parole: non impicciatevi.
Ecco cosa aveva scritto Meloni nel messaggio “incriminato”: «La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Una dichiarazione non particolarmente incendiaria o sgradevole, ma ritenuta strumentale dall’Eliseo, un modo portare acqua al mulino della destra nazionalista entrando a gamba tesa negli affari interni di un’altra nazione. Anche perché in questi giorni Macron sta tentando di gettare acqua sul fuoco delle polemiche, invitando tutte le forze politiche a unirsi nel rifiuto della violenza materiale, ma anche verbale, a non alimentare la contrapposizione tra l’estrema destra e l’estrema sinistra.
La France Insoumise di Jean Luc Mélenchon è finita nella bufera per la presenza di due suoi assistenti parlamentari sul luogo del linciaggio ed è stata accusata dalla destra populista di Marine Le Pen, ma anche dai post-gollisti di responsabilità diretta nell’omicidio di Deranque. E almeno un paio di ministri del governo Lecornu chiedono le dimissioni del deputato Raphael Arnault, fondatore di Jeune Garde, il collettivo antifascista lionese sospettato del linciaggio.
Mentre lo stesso Mélenchon viene dipinto dai suoi avversari come una specie di mandante morale dell’omicidio, un piromane irresponsabile che con la sua retorica agguerrita alimenterebbe il clima d’odio e violenza. In questi giorni di sezioni locali di Lfi hanno subito attacchi vandalici, scritte di avvertimento, mentre diversi candidati alle prossime elezioni municipali del partito stanno ricevendo minacce di morte e promesse di vendetta da parte di sedicenti camerati di Quentin Deranque. La galassia della destra radicale e identitaria è in fermento e le autorità temono nuovi episodi di violenza nelle prossime settimane.
Intanto l’inchiesta giudiziaria va avanti; gli indagati sono attualmente dodici, otto si trovano in custodia cautelare, tre sono agli arresti domiciliari e uno è stato rilasciato con obbligo di firma in attesa degli sviluppi. Per sette di loro l’accusa è di omicidio volontario in concorso, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi; per gli altri si procede per partecipazione a rissa aggravata e favoreggiamento. Secondo quanto emerge dagli atti, gli inquirenti ritengono che il gruppo si fosse dato appuntamento nel centro di Lione con l’intenzione di “dare una lezione ai fascisti”.
Macron ha ribadito la necessità di un fronte repubblicano contro ogni forma di estremismo e ha invitato a non trasformare un fatto di sangue in un’arma di scontro permanente tra fazioni per questo non nasconde l’irritazione per l’intervento del governo italiano. Ma l’appello alla responsabilità non sembra, per ora, aver disinnescato la polarizzazione. Nei talk show e sui social il confronto è diventato incandescente, con accuse reciproche di ipocrisia e doppi standard nel giudicare la violenza politica.
Dopo le parole del presidente francese, interpretate a Palazzo Chigi come un richiamo brusco a non interferire negli affari interni della Francia, la presidente del Consiglio ha scelto di replicare senza alzare il livello dello scontro, dicendosi «stupita» dalla stizzosa reazione di Macron e sottolineando che il suo intervento intendeva esprimere «cordoglio per una giovane vita spezzata e richiamare l’Europa intera a una riflessione sul clima di odio ideologico che attraversa molte democrazie occidentali».