L'approfondimento
Carlo Calenda
C’è un Carlo Calenda “di lotta”, che giudica l’adesione dell'Italia pur se da osservatore esterno al Board of Peace per Gaza come «una pagina nera», e un Carlo Calenda “di governo”, che difende a spada tratta la riforma della Giustizia del ministro Nordio, in primis contro gli esponenti del Pd, accogliendo anche chi dal Pd se ne va perché non si sente più rappresentato, come l’europarlamentare Elisabetta Gualmini.
D’altronde, è dalla rottura del patto del cosiddetto “terzo polo” con Matteo Renzi che Calenda va ripetendo la sua volontà di stare in mezzo, di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di non cedere al “bipopulismo” che secondo lui rischia di uccidere, quello sì, altro che la separazione delle carriere, il dibattito pubblico e la democrazia in Italia.
E così il segretario di Azione alterna i complimenti a Meloni, definita «il miglior ministro degli Esteri che l’Italia possa avere» e perché no anche «in gran forma» e le comparsate alla convention di Forza Italia, sua terra promessa secondo le malelingue, con la corsa a firmare il documento del campo largo contro le mosse del governo sul Board of Peace, per le quali evidentemente Meloni non è più «il miglior ministro degli Esteri» possibile, anzi.
«Il Board of Peace è una congrega di dittatori, affaristi e approfittatori guidato a vita da Trump e affidato a Kushner, che ha presentato un progetto delirante di sviluppo immobiliare stile Palm Beach, sulle macerie di Gaza. I palestinesi non sono neppure contemplati - ha scritto qualche giorno fa sui social - Il fatto che Giorgia Meloni abbia deciso di trascinarci, sia pure come osservatori, in questo obbrobrio, offende la dignità dell’Italia e degli italiani. La destra sta scegliendo la strada del vassallaggio alla famiglia Trump e abbandonando quella del patriottismo, italiano ed europeo».
Ieri però è stata la volta del Carlo Calenda di governo, e dunque ecco che è tornato a remare dalla stessa parte del governo sulla riforma della Giustizia, peraltro negli stessi minuti in cui il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, evidenziava la necessità di abbassare i toni in vista degli ultimi trenta giorni di campagna elettorale e di difendere il Csm come istituzione della Repubblica dagli attacchi delle altre istituzioni (tradotto: del ministro Nordio).
Il referendum sulla riforma della Giustizia «è da valutarsi nel merito e non deve essere usato in chiave politica», ha detto il segretario di Azione, Carlo Calenda, parlando con i cronisti in piazza Montecitorio. «Le persone di governo si occupano di chi dovrà fare il procuratore, chi pensa non sia così non ha capito come funziona», ha aggiunto. «La Costituzione», tuttavia, «prevede la sua stessa modifica. E il modo migliore per rispettarla è valutare il referendum nel merito», ha concluso Calenda.
Il quale già l’altra sera si era reso protagonista di un dibattito niente meno che con il presidente del Pd e suo ex alleato, Stefano Bonaccini. Un moderato, fino a qualche settimana fa leader della minoranza interna riformista del partito e dunque non esattamente il capo dei pasdaran. Ma che voterà convintamente No, a differenza di altri riformisti dem ma questa è un’altra storia, e che dunque si è trovato a discutere animatamente con Calenda.
«Non si può utilizzare la retorica dell’autoritarismo e del ritorno al fascismo, come viene fatto ogni volta che c’è un referendum sulla Costituzione, a partire dal nostro del 2016 - ha detto Calenda - La separazione delle carriere è un principio liberale, presente in moltissimi Paesi democratici e che era sostenuta anche dalla sinistra riformista. Per questo abbiamo appoggiato questa riforma in Aula e lo faremo anche alle urne».
E rispetto alle obiezioni di Bonaccini ha risposto che «non si può non considerare che ci sono le correnti della magistratura che sono espressione di fatto dei partiti e attraverso cui i partiti influenzano le nomine» e che «c’è bisogno di un’Alta Corte perché non è possibile che il 99% dei giudici ricevano valutazioni positive anche quando sono condannati per corruzione: questa roba non è democratica».
Insomma un Calenda che sul tema caldo delle prossime settimane rimane e rimarrà saldamente al fianco del governo, come del resto farà sulla questione Ucraina, anche se da mesi sottolinea come Meloni abbia ormai cambiato strategia appiattendosi su Trump. E così sul tema non può che puntare sulle contraddizioni interne al campo largo, come ha fatto invitando Elly Schlein e Matteo Renzi a Kyiv dove il leader di Azione si recherà nel weekend in occasione del quarto anno dall’invasione criminale di Putin. D’altronde, per Calenda, Fratoianni, Conte e Vannacci sull’Ucraina pari sono, e quindi lui non può che restare, come sempre, equidistante dai due poli.