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Quando la commissione Antimafia sequestrò la lista dei massoni

Una lettera di richieste del ministero diventa un caso. Ma fu il centrosinistra a sequestrare i dati di 6mila massoni. E la Cedu ci condannò

17 Febbraio 2026, 18:12

Quando la commissione Antimafia sequestrò la lista dei massoni

Chi grida all’intimidazione nei confronti dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) farebbe bene a ricordarsi cosa accadde nel 2017. Perché c’è una differenza enorme tra chiedere se si è disposti a rendere pubblici dei dati e mandare la Guardia di Finanza a sequestrarli. E quella differenza è la distanza che separa la lettera firmata dalla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, dall’irruzione nei locali del Grande Oriente d’Italia ordinata dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi. Due episodi distanti anni luce sul piano della proporzione, ma che l’opposizione di oggi sembra voler ignorare del tutto.

La lettera di Via Arenula all'Anm

Partiamo dai fatti recenti. Il ministero della Giustizia ha inviato all’Anm una missiva indirizzata al suo presidente, Cesare Parodi. A firmarla è Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del dicastero. Il documento nasce da un atto di sindacato ispettivo parlamentare in cui il parlamentare interrogante riferisce che il Segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato che il “Comitato Giusto dire NO promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria”. Da lì, l’interrogante ipotizza un «potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori» che «finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm».

La lettera si conclude con una richiesta morbida, interlocutoria: il ministero «sottopone alle valutazioni» dell’Anm «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato Giusto dire NO da parte di privati cittadini». Non un ordine, non una diffida, non un decreto. Una domanda. La risposta di Parodi è arrivata senza giri di parole. Il presidente dell’Anm ha chiarito di non essere nelle condizioni di rispondere, perché il Comitato «è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo». Ha ricordato che sul sito del Comitato «è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo Statuto», e che per informazioni più puntuali bisogna rivolgersi ai rappresentanti del Comitato, presieduto dal costituzionalista torinese Enrico Grosso. Poi, una stoccata finale: «Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contraria alla salvaguardia della loro privacy».

Fin qui la cronaca. La polemica politica ha fatto il resto. In Parlamento, il gruppo del Pd al Senato ha presentato un’interrogazione a Carlo Nordio - primi firmatari Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli, Anna Rossomando e Walter Verini - per sapere «sulla base di quale presupposto giuridico il ministro ritenga di poter sollecitare la pubblicazione dei nominativi di privati cittadini che abbiano effettuato donazioni a un comitato referendario autonomo». La responsabile Giustizia del Pd, Deborah Serracchiani, è andata oltre e ha parlato direttamente di «intimidazione» da parte del governo.

Il caso del 2017

Qui però casca l’asino. Perché mentre oggi il Pd grida allo scandalo per una semplice richiesta di trasparenza - a cui l’Anm può liberamente decidere di non dare seguito - nel 2017 la musica era molto diversa. Allora, con una maggioranza di centrosinistra, la Commissione parlamentare antimafia guidata da Rosy Bindi non si limitò a inviare missive cortesi. Nel mirino finì il Grande Oriente d’Italia. La Commissione voleva gli elenchi dei membri delle logge di Calabria e Sicilia. Stefano Bisi, il Gran Maestro dell’epoca, disse no per motivi di riservatezza, proprio come ha fatto oggi Parodi. Parlò di una «spedizione esplorativa» - una fishing expedition - visto che non c’erano reati specifici contestati né indagini in corso che giustificassero quella pretesa.

Ma la Commissione Bindi non si fermò. Invece di sollevare il tema della trasparenza come ha fatto Bartolozzi, ordinò una perquisizione in piena regola. Nel marzo del 2017 le Fiamme Gialle entrarono nella sede dell’associazione massonica, negli archivi, nella biblioteca e persino nella casa privata del Gran Maestro. Sequestrarono di tutto: documenti, computer, chiavette Usb e gli elenchi di oltre seimila iscritti. Un’azione di forza brutale contro un’associazione privata.

Nel 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò all’unanimità l’Italia nel caso Grande Oriente d’Italia contro Italia - ricorso n. 29550/17 - per violazione dell’articolo 8 della Convenzione. La Corte rilevò che l’ordine di perquisizione era privo di riferimenti a indagini specifiche, reati o elementi di prova, e che le sue carenze non erano state compensate da «sufficienti garanzie di contrappeso». La conclusione fu senza appello: quell’interferenza «non è stata conforme alla legge, né necessaria in una società democratica».

Il dato politico resta: chi oggi parla di «intimidazione» per una lettera che invita alla trasparenza è lo stesso che, pochi anni fa, avallava il sequestro forzato dei dati di seimila privati cittadini. Con tanto di condanna europea a ricordarcelo.