La nota
ROBERTO VANNACCI EUROPARLAMENTARE
Due operazioni parallele, apparentemente divergenti, stanno ridisegnando i confini del centrodestra. Da un lato gli abboccamenti sempre più espliciti tra Forza Italia e Carlo Calenda, dall’altro le fibrillazioni che attraversano la Lega attorno alla figura di Roberto Vannacci.
Dinamiche diverse, ma potenzialmente convergenti in un esito comune: la costruzione di un centrodestra pletorico, capace di estendersi dal liberalismo riformista fino a lambire aree radicalmente xenofobe, tenute insieme più dalla convenienza elettorale che da una reale omogeneità politica.
Sul versante centrista, Forza Italia si muove con cautela ma senza chiudere porte. Antonio Tajani mantiene un profilo prudente, evitando di trasformare il dialogo con Azione in un’operazione politica strutturata, ma lasciando filtrare la disponibilità a collaborazioni tematiche e, soprattutto, amministrative.
Il precedente lucano e l’ipotesi di intese locali nelle grandi città raccontano di un partito che ambisce a farsi baricentro della coalizione, intercettando mondi liberali e riformisti in cerca di una collocazione stabile.
Non un’alleanza organica, almeno per ora, ma una traiettoria che segnala un allargamento verso il centro come scelta strategica di medio periodo, utile anche a riequilibrare i rapporti interni alla maggioranza e a rafforzare il profilo europeista dello schieramento.
Questa operazione, tuttavia, non è priva di ambiguità. Calenda ha più volte ribadito la sua incompatibilità politica con Matteo Salvini, indicando come linea rossa i rapporti del leader leghista con ambienti dell’estrema destra internazionale. Una distanza che rende impraticabile un’alleanza diretta, ma che non esclude una convivenza indiretta all’interno di una coalizione larga, in cui ciascun soggetto presidia il proprio spazio senza sovrapporsi apertamente agli altri.
In parallelo, a destra, la Lega vive una fase di tensione non più sotterranea. La freddezza che persiste da giorni tra Salvini e Vannacci, in attesa di un chiarimento che tarda ad arrivare, alimenta l’ipotesi di una separazione. Non è solo una questione personale o di leadership, ma il riflesso di una frattura più profonda: quella tra la possibile svolta “liberale” impressa dai governatori e un’area identitaria che guarda con sospetto a ogni contaminazione centrista.
La kermesse abruzzese, con l’apertura ai diritti civili e la presenza di Francesca Pascale, è stata letta da molti come il simbolo di questa mutazione genetica, non a caso bersagliata dal sarcasmo dello stesso Vannacci.
L’idea che prende forma è quella di un soggetto politico di estrema destra, capace di raccogliere transfughi leghisti e militanti insoddisfatti, collocandosi su posizioni radicali in materia di identità, immigrazione e sicurezza.
Uno scenario che trova una prima, rumorosa conferma in ciò che sta accadendo a Montecitorio, dove la concessione, da parte del leghista “vannacciano” Furgiuele, di una sala della Camera a una galassia di sigle xenofobe ha fatto esplodere le polemiche.
Un episodio che funziona da cartina di tornasole: la radicalizzazione non è più solo un’ipotesi teorica, ma una pratica che tenta di legittimarsi passando attraverso i luoghi simbolo delle istituzioni.
Il paradosso è che questi due movimenti, invece di indebolire il centrodestra, potrebbero ampliarne il perimetro complessivo. L’area moderata verrebbe rafforzata dall’attrazione esercitata da Forza Italia su mondi centristi e riformisti, mentre a destra si aprirebbe uno spazio per una rappresentanza più estrema, capace di intercettare il disagio di una parte dell’elettorato sovranista. Una coalizione a geometria variabile, in cui le contraddizioni vengono congelate in nome dell’obiettivo comune.
Molto dipenderà dalla legge elettorale con cui si andrà al voto. Un sistema proporzionale renderebbe più semplice la corsa separata e la ricomposizione successiva in Parlamento, riducendo il peso delle incompatibilità politiche. In quel caso, l’ipotesi di un centrodestra “a fisarmonica”, immagine speculare dell’Ulivo extralarge del 2006, quando nella stessa coalizione abitavano Clemente Mastella e il leader dei no-global Francesco Caruso, smetterebbe di sembrare un azzardo teorico. Più che una forzatura, sarebbe l’adattamento a un sistema politico sempre più frammentato, dove la somma delle differenze conta più della loro coerenza.