Se si guarda a Parigi il copione sembra già scritto anche per Roma: un colpo qui, una limatura lì, e addio alla legge sul fine vita. Lo suggerisce l’epilogo di mercoledì scorso al Senato francese, con il «coup de théatre» che sembra aver affossato definitivamente la norma che disciplina l’aiuto a morire. Una formula ampia che includeva l’eutanasia e il suicidio assistito, secondo il testo approvato a larga maggioranza dall’Assemblea nazionale lo scorso 27 maggio. Ma che oggi risulta svuotata dello stesso principio che l’aveva ispirata.
I senatori, infatti, hanno bocciato l’articolo chiave del provvedimento, quello che stabilisce le condizioni per accedere a un percorso di fine vita. Prima annacquato, e infine cassato, il testo era stato riscritto in commissione per tentare la mediazione. Ma la strategia non ha convinto nessuno: né chi sostiene il diritto a morire, né chi vi si oppone. E così, dopo la levata di scudi dei vescovi francesi contro la riforma voluta con forza da Macron, è arrivato anche il regolamento di conti tra i partiti. Che si sono azzuffati nell’Aula senza trovare una soluzione. Salvo poi approvare un emendamento dei républicains che introduce il diritto al «miglior sollievo possibile per il dolore e la sofferenza, senza alcun intervento volontario volto a causare la morte».
Risultato? La legge andrà comunque al voto la prossima settimana, ma solo per rispetto del rito, con la speranza – per i promotori della legge – di ripartire da capo rispendo il testo all’Assemblea Nazionale. E porre fine a quella che il senatore socialista Patrick Kanner ha definito una «forma di agonia politica». È l’eutanasia di una legge, di cui sa qualcosa anche Londra. Dove la Camera dei Lord sta cercando di sabotare il testo approvato un anno fa dai Comuni con una valanga di emendamenti, oltre mille, che dovrebbero seppellire il provvedimento.
Il gioco politico è chiaro. Ma a Roma bisognerà inventarsi qualcosa di diverso, per far sparire la legge che al momento langue a Palazzo Madama. Ufficialmente il ddl firmato da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) è fermo nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali perché mancano i pareri della commissione Bilancio. Una «scusa» ancora buona, a detta di molti, fin quando si trattava di aspettare il verdetto della Consulta sulla legge regionale della Toscana, arrivato a fine anno. Ma che non potrà reggere ancora a lungo, considerando che la legge è attesa in Aula il 17 febbraio. Ci arriverà? E in che modo?
Nel silenzio calato sul provvedimento spiccano i rumors di chi vede la legge avviarsi verso un binario morto. Con il placet di chi, nel centrodestra, non ha mai voluto una legge sul fine vita. E non la vuole neanche adesso che i giudici hanno fissato paletti precisi per le Regioni, che potranno fare a modo loro. È una prospettiva concreta, a cui sembra rassegnarsi anche chi invocava l’esigenza di una legge nazionale. E gli indizi non mancano: dalle resistenze di Papa Leone XIV, che si è espresso apertamente sull’argomento, alle parole pronunciate nella conferenza di inizio anno da Giorgia Meloni, la quale pensa che «il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma semmai cercare di ridurre al minino la solitudine e la difficoltà di chi ha gravi patologie» garantendo l’accesso alle cure palliative.