Martedì 20 Gennaio 2026

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Dal Quirinale

Mattarella: «Toghe libere e prudenti». Evitate di arruolarlo

Il presidente della Repubblica rivolge ai magistrati di prima nomina moniti lineari: faziosi in agguato

20 Gennaio 2026, 09:00

La Repubblica e la Costituzione: le due comete del presidente Mattarella

Sergio Mattarella

Diranno che il presidente della Repubblica si è schierato. Diranno che ha implicitamente assunto una posizione in vista del referendum. Lo tireranno per la giacchetta, come sempre. Eppure ieri Sergio Mattarella, nel consueto incontro con i magistrati ordinari in tirocinio (cioè le toghe “di prima nomina”, immesse nell’ordine giudiziario ad aprile dell’anno scorso) , ha scandito semplicemente alcuni princìpi che prescindono del tutto dalla campagna per o contro la separazione delle carriere. Ha ricordato che «le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili, proprio perché funzionali ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o di critiche», e che «per rendere effettiva questa irrinunziabile indipendenza, la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura».

I sostenitori del No al referendum sulla riforma Nordio diranno che il Capo dello Stato fa riferimento alla sottoposizione dell’ordine giudiziario all’Esecutivo, scivolamento inevitabile se le carriere venissero separare e se i togati dei due eventuali futuri Csm fossero sorteggiati. Chi fa campagna per il Sì, cioè per confermare la legge sulla separazione delle carriere, dirà che, al limite, i «pregiudizi» a cui Mattarella fa riferimento non possono essere altro che la politicizzazione di alcuni giudici, per esempio di coloro che hanno osato affossare il piano Albania tentato dal governo per disincentivare l’immigrazione dal Nordafrica. Altri, nello schieramento favorevole alle carriere separate, si appiglieranno altrimenti al possibile rimando che, nella frase di Mattarella, riguarderebbe non la politica, ma le correnti dell’Anm.

Il Presidente d’altronde ha pronunciato un’altra frase che i due schieramenti sono già pronti ad intestarsi. Ha detto che «chi esercita la giurisdizione ha il dovere di essere imparziale, di testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini nel corretto svolgimento dell’attività giudiziaria. Il rigore morale e l’alta professionalità costituiscono i due elementi che sorreggono la credibilità dell’Ordine giudiziario». E qui saranno i fautori dal Sì a sostenere che Mattarella si riferisce ovviamente alla plateale esposizione della magistratura associata attraverso il Comitato “Giusto dire No”, ai suoi spot ingannevoli, alla trasformazione delle correnti in sezioni di partito. Chi fa campagna per il No dirà viceversa che il Capo dello Stato ha semplicemente voluto ricordare come l’imparzialità riguardi non solo l’intima capacità del magistrato di agire con la mente sgombra da pregiudizi, ma anche l’impegno a non compromettere la percezione che, di quel rigore, possno avere i cittadini, che si trattadi un precetto universale, non associabile in alcun modo alla condotta di giudici e pm impegnati a fare campagna referendaria contro la separazione delle carriere.

Siamo al tiro al Presidente. Un film già visto, insomma. Prima i mormorii, i brontolii e il dispetto di una parte dei sostenitori del No per l’emanazione, da parte del Quirinale, del decreto che ha ratificato la data scelta, nel 22 e 23 marzo, dal Consiglio dei ministri per il referendum. Dopo essere stato maldestramente criticata per l’indifferenza alla raccolta firme e al conseguente ricorso al Tar presentato dal gruppo dei cittadini volenterosi, riecco la Presidenza della Repubblica al centro dei più scomposti strattonamenti, secondo una tradizione ormai consolidata.

Non colpisce tanto l’ineleganza del tentativo di arruolare la più alta carica dello Stato. Non è neppure questo. La politica è faziosa, è naturalmente sopra le righe nei suoi tentativi di raccogliere consensi. Colpisce però il fatto che l’atteggiamento nervoso di entrambi gli schieramenti nei confronti di Sergio Mattarella confermi l’idea distorta maturata, a destra come a sinistra, sulla separazione delle carriere. Ci si continua a comportare come se il golpe fosse sempre dietro l’angolo, così come dall’altra parte non si spegne mai del tutto un certo fanatismo anti-giudici, una certa ostilità preconcetta nei confronti non solo delle degenerazioni che, nell’ordine giudiziario, vanno senz’altro censurate, ma della stessa natura della funzione giudiziaria, che sarebbe inesorabilmente debordante, a sua volta golpista. È un clima da scontro finale che è tipico della politica italiana, che è fatto di delegittimazione reciproca permanente. E chi ha la ventura, in una Repubblica simile, di assumere la carica di garante supremo, deve davvero essere dotato di spalle forti, per non lasciarsi sopraffare dalla voglia di abbandonare tutti al loro destino.