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Tensioni

Pacchetto sicurezza: più poteri alla polizia e libertà sotto scacco

Decreto e ddl del governo aprono a repressione, meno garanzie e più poteri: cresce l’allarme su dissenso e migranti

16 Gennaio 2026, 09:03

Pacchetto sicurezza: più poteri alla polizia e libertà sotto scacco

Valeria Valente

La nuova stretta sulla sicurezza messa a punto dal Viminale e anticipata ieri dal Dubbio delinea un salto di qualità per la politica del governo: una torsione autoritaria che rischia di comprimere diritti fondamentali e alterare l’equilibrio tra sicurezza e libertà, soprattutto sul terreno del dissenso e dell’immigrazione. La scelta di procedere con un decreto legge (che entro la fine del mese dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri), affiancato da un ddl più ampio, non è neutra. Il primo consente all’esecutivo di intervenire rapidamente, riducendo lo spazio di discussione parlamentare su misure che incidono direttamente sulle libertà personali.

Il secondo diventa invece un terreno politico, utile a radicalizzare il confronto e a intestarsi una linea di “pugno duro” che, come mostrano i precedenti, produce consenso più che risultati strutturali sul fronte della sicurezza. Il filo rosso che attraversa entrambi i testi è l’inasprimento delle risposte penali e amministrative a problemi complessi. Per i minori, ad esempio, si amplia l’area della repressione preventiva: ammonimenti più estesi, misure cautelari, sanzioni indirette a carico delle famiglie. Una logica che sposta il baricentro dalla prevenzione sociale al controllo poliziesco, senza affrontare le cause profonde del disagio giovanile. Ancora più evidente è la stretta sul dissenso, con il rischio di una criminalizzazione preventiva della protesta, in cui l’esercizio del diritto di manifestare diventa un fattore di pericolosità sociale.

Sul fronte dell’immigrazione, il decreto segna un ulteriore passo verso la costruzione di un diritto speciale per gli stranieri. La disciplina del trattenimento nei Cpr viene ricondotta a norme di rango primario, ma insieme si limitano i poteri del giudice nella convalida, con l’obiettivo dichiarato di evitare “distorsioni interpretative”, tentando di sterilizzare il controllo giurisdizionale che ha finora posto argini alle pratiche più controverse, dai trattenimenti prolungati ai trasferimenti in Paesi terzi.

Il blocco navale per generiche ragioni di sicurezza nazionale, l’obbligo di cooperazione dei migranti detenuti all’identificazione, la riduzione delle tutele per i minori non accompagnati e il restringimento dei ricongiungimenti familiari completano un quadro in cui l’efficienza amministrativa viene perseguita a scapito dei diritti fondamentali, mentre restano sullo sfondo le politiche di integrazione e accoglienza. In netto contrasto con questo irrigidimento, il pacchetto rafforza le tutele per le forze di polizia, introducendo uno scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e ampliando le garanzie operative. Un intervento che, combinato con l’indebolimento delle garanzie per cittadini e migranti, rischia di accentuare uno squilibrio tra poteri dello Stato, riducendo gli spazi di controllo e responsabilità.

«Premesso che attendiamo di esaminare nel dettaglio le norme quando il governo emanerà il decreto - commenta al Dubbio Valeria Valente, senatrice dem e componente della Commissione Affari costituzionali -, se quanto sta emergendo fosse confermato ci troveremmo di fronte a un preoccupante giro di vite da parte del governo Meloni sui diritti e le libertà, soprattutto di manifestare. La sicurezza è un tema molto sentito dai cittadini e per questo è trasversale. Garantire la sicurezza nelle città - aggiunge - è però l’esito di politiche complesse economiche, sociali, ambientali. Preoccupa invece la pervicacia con cui, dopo avere per 4 anni agito solo sull’inasprimento delle sanzioni e sulla creazione di nuove fattispecie di reato, la destra di Giorgia Meloni continui a percorrere una strada che non ha dato frutti».

Nel nuovo pacchetto proposto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, continua Valente, «le uniche norme positive sembrano essere quelle contro la detenzione di coltelli e per rifinanziare il fondo degli enti locali per la sicurezza, ma non sappiamo con che cifre. Per il resto la destra sembra rafforzare il ricorso al “manganello” e alla repressione e mostra la sua faccia più retriva soprattutto contro i manifestanti, contro i quali anche se minorenni si dispone la possibilità di incorrere in un Daspo, di essere perquisiti senza autorizzazione dalle forze di polizia, di essere trattenuti anche per 12 ore per questioni di ordine pubblico, di rischiare il pagamento di sanzioni anche di 20mila euro. Si introduce addirittura anche il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti in luogo pubblico - conclude -. Anche le norme sui migranti sono particolarmente repressive anche sul fronte dei minori non accompagnati. Tutto questo non ha niente a che vedere con la sicurezza vera, come sottolineano i sindaci che lamentano di essere stati abbandonati dal governo che non garantisce loro le risorse necessarie per attuare le politiche complesse necessarie che riguardano la riqualificazione urbana, l’inclusione sociale e il sostegno alle fragilità, l’ampliamento dei servizi il rafforzamento del controllo del territorio. La destra di Meloni sceglie invece ancora una volta la repressione, l’inasprimento delle pene, la compressione delle libertà individuali».

Il nodo politico è questo: la sicurezza viene affrontata quasi esclusivamente come un problema di ordine pubblico e controllo, non come il risultato di politiche sociali, urbane ed economiche integrate. E il rischio è quello di consolidare un modello fondato sulla repressione preventiva, sull’indebolimento delle garanzie e sulla riduzione del ruolo di controllo della magistratura. Un cambio di paradigma che rischia di normalizzare strumenti emergenziali e di trasformare l’eccezione in regola.