Meloni e Salvini
Litighiamo su tutto, ma non sulla giustizia. Sembra averlo detto ai suoi alleati il leader leghista Matteo Salvini ieri, prima via social e poi in viva voce. Negli ultimi giorni le tensioni tra Lega e Fratelli d’Italia sono tornate prepotentemente alla ribalta, riaprendo crepe che a Palazzo Chigi ritenevano rientrate, almeno per un po'. Una sequenza di dossier, più che un singolo episodio, ha riportato a galla diffidenze e linee politiche non sempre sovrapponibili, con Salvini deciso a marcare il territorio e i meloniani impegnati a tenere insieme la tenuta dell’esecutivo e una strategia di medio periodo.
Il fronte più visibile resta quello della sicurezza e, in particolare, della prosecuzione dell’operazione “Strade sicure”: la Lega continua a rivendicarla come presidio indispensabile, in una fase segnata da allarme sociale e richiesta di maggiore presenza dello Stato sul territorio. Salvini lo ha ribadito senza giri di parole: togliere ora i militari da strade e stazioni sarebbe un errore.
Una posizione che però si scontra con le perplessità emerse in area meloniana e, soprattutto, con i dubbi del ministro della Difesa Guido Crosetto, preoccupato per l’impatto sull’organizzazione e sulle risorse delle Forze armate. Un dissenso non nuovo, ma che in questa fase assume un valore politico più ampio.
Il tema della sicurezza interna si innesta infatti sulle divergenze, mai del tutto sopite, in materia di politica estera e di sostegno militare all’Ucraina. Il decreto approvato nell’ultima seduta del Consiglio dei ministri dell’anno ha rimesso la questione al centro del confronto parlamentare, che si preannuncia tutt’altro che formale, a partire dall’informativa in Aula del ministro, prevista per domani.
Da un lato Fratelli d’Italia rivendica continuità e affidabilità sul fronte euro-atlantico, dall’altro la Lega continua a segnalare la necessità di un approccio più prudente, sensibile agli umori di una parte del suo elettorato.
Ma la vera novità delle ultime ore è che lo scontro politico ha finito per investire anche il terreno, delicatissimo, della legge elettorale. Dopo che la presidente del Consiglio ha ribadito la volontà di portare a casa la riforma a tutti i costi, il rinvio in Cdm del decreto sul commissario unico per Anas – fortemente voluto da Salvini – ha fatto da detonatore. A far rumore sono state le parole sibilline del deputato leghista Stefano Candiani, che ha messo in discussione la centralità della legge elettorale, lasciando intendere che il sostegno del Carroccio non sia affatto scontato.
Una sortita che ha provocato la reazione immediata di Fratelli d’Italia, con il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato Alberto Balboni pronto a rivendicare la riforma come “priorità per l’Italia”, non per un singolo partito. Il messaggio, neanche troppo cifrato, è che senza una nuova legge il rischio è l’ingovernabilità, soprattutto dopo la riduzione del numero dei parlamentari.
E nel calderone stava per finire anche la riforma della giustizia. Le frasi pronunciate lunedì dalla deputata leghista ed ex magistrato Simonetta Matone – secondo cui la separazione delle carriere «servirà a pochissimo» pur rappresentando un segnale politico – hanno fatto drizzare le antenne agli alleati. Parole lette come un possibile arretramento, o quantomeno come una presa di distanza dalla narrazione fin qui condivisa.
È a questo punto che Salvini ha deciso di intervenire in prima persona, prima con un messaggio sui social e poi con dichiarazioni nette, chiarendo che una cosa è il confronto, anche duro, con gli alleati, un’altra è mettere in discussione i pilastri identitari del partito. La riforma della giustizia e l’impegno per il sì al referendum, ha fatto capire il leader leghista, non sono negoziabili. Tanto che nel tardo pomeriggio, il segretario del Carroccio si è riunito alla Camera cooi coordinatori regionali per iniziare a impostare la macchina organizzativa per il referendum.
Una precisazione non casuale. All’ultimo congresso di Firenze, che lo ha nuovamente incoronato segretario, una delle mozioni più significative approvate per acclamazione è stata proprio quella, a firma Giulia Bongiorno, che impegnava la Lega a sostenere con forza la legge Nordio e la campagna referendaria. Un vincolo politico interno che Salvini ora usa anche come argine esterno, per evitare che la dialettica con Fratelli d’Italia travalichi il livello di guardia.
Il messaggio finale è duplice: la Lega è pronta a battagliare su sicurezza, infrastrutture e legge elettorale, ma non accetterà che il dossier giustizia diventi merce di scambio. Un equilibrio instabile che racconta molto dello stato dei rapporti nel centrodestra e delle tensioni che accompagneranno i prossimi passaggi parlamentari, ma che ha individuato come inviolabile il terreno della riforma della giustizia.