Martedì 13 Gennaio 2026

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Tensioni

“Guerra ibrida” di Salvini a Meloni su Kiev e Viminale

Lega all'attacco su sicurezza e politica estera, ma la polemica potrebbe allargarsi al referendum

13 Gennaio 2026, 08:35

La posta in gioco: Meloni, il Venezuela e l’interesse italiano

Meloni e Salvini

La Lega non arretra e rilancia sul terreno parlamentare, confermando la presentazione della risoluzione per aumentare il numero dei militari impiegati nell’operazione Strade sicure. Un’iniziativa che il Carroccio rivendica come risposta “concreta” alle richieste di sicurezza dei cittadini ma che, di fatto, allarga la frattura politica con Fratelli d’Italia. Nel mirino finisce ancora una volta Guido Crosetto, ministro della Difesa e bersaglio privilegiato delle polemiche leghiste contro l’alleato di governo, accusato di voler ridimensionare il ruolo dell’Esercito nel presidio del territorio urbano.

La linea di Crosetto è nota: i militari non devono essere trasformati in forze di polizia e l’impiego in chiave di sicurezza interna va mantenuto entro limiti ben definiti. Una posizione fatta propria anche da settori di FdI e ribadita dal capogruppo al Senato Lucio Malan, che ha sintetizzato il concetto in modo netto: «I militari devono fare i militari». Parole che hanno provocato la reazione immediata del Carroccio, deciso a non arretrare su un tema identitario e ad alto rendimento elettorale.

A dettare il passo è il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che chiede un nuovo decreto sicurezza e l’aumento di «forze di polizia e militari nelle città e nelle stazioni».

Per la Lega, Strade sicure è “un provvedimento di destra” e ogni ipotesi di ridimensionamento sarebbe incomprensibile per il proprio elettorato.

Non a caso Molteni torna a rivendicare il bilancio dell’esperienza al Viminale di Matteo Salvini, definito «il miglior ministro degli ultimi vent’anni», e rilancia una piattaforma securitaria che va dalla tutela processuale degli agenti alla stretta su baby gang, ricongiungimenti e occupazioni abusive. Sul piano parlamentare la sfida è già calendarizzata. Da giovedì prende il via in commissione Difesa alla Camera l’iter della risoluzione presentata dal capogruppo leghista Eugenio Zoffili, che chiede di incrementare di almeno mille unità il contingente dei militari impiegati, oggi pari a 6.800 uomini e donne.

Un testo che la Lega vorrebbe «condiviso da tutte le forze politiche», ma che nasce esplicitamente come risposta a chi, «con stupore», nella maggioranza ha espresso contrarietà all’operazione.

A fare da cuscinetto tra le posizioni contrapposte prova a inserirsi Forza Italia. Il presidente dei senatori azzurri Maurizio Gasparri difende la prosecuzione di Strade sicure, ricordando che la presenza dei militari è stata pensata come misura eccezionale e che un loro eventuale rientro potrà avvenire solo dopo un piano straordinario di assunzioni nelle forze dell’ordine.

Sulla stessa linea il portavoce Raffaele Nevi, che invita a concentrarsi sull’obiettivo politico – aumentare la percezione di sicurezza – più che sullo strumento tecnico, ribadendo però che i militari non possono essere utilizzati stabilmente come poliziotti.

Dietro lo scontro sulla sicurezza urbana, tuttavia, si muove una partita più ampia. La frizione tra salviniani e Crosetto affonda le radici anche nella politica estera, dove il ministro della Difesa è percepito come il principale interprete della linea filoucraina “senza se e senza ma” all’interno della maggioranza. È difficile, in questo quadro, separare la polemica su Strade sicure dalla discussione imminente in Parlamento sul decreto di proroga dell’invio delle armi a Kiev: due dossier diversi, ma politicamente comunicanti.

C’è poi un altro fronte, meno esplicito ma ben presente nella strategia leghista: la rinnovata Opa sul Viminale dopo l’assoluzione definitiva di Salvini nella vicenda Open Arms. Il leader del Carroccio non intende rinunciare al ruolo di ministro-ombra dell’Interno e continua a incalzare il titolare del dicastero, Matteo Piantedosi, usando la sicurezza come terreno di visibilità e di pressione sugli alleati.

L’incidente su Strade sicure, dunque, è solo un episodio di una “guerra ibrida” che la Lega sta conducendo contro Fratelli d’Italia: una competizione interna che si gioca su sicurezza, politica estera e leadership, mentre all’orizzonte iniziano già a intravedersi le Politiche del 2027. E ieri sono giunte parole sibilline anche sul fronte giustizia, dove la leghista Matone ha candidamente affermato che al referendum è giusto votare sì ma che la separazione delle carriere «serve a pochissimo». Quasi una minaccia di mettere in discussione l’impegno di via Bellerio per la campagna referendaria. In questo schema, ogni dossier diventa un’arma e ogni polemica un segnale lanciato al proprio elettorato.